Uno sguardo anarchico sulle proteste e sulle dimissioni del presidente indigeno Evo Morales in Bolivia

Traduzione libera di “Bolivia – “Una mirada anárquica sobre las protestas y la renuncia del presidente indígena Evo Morales en Bolivia.””

Riceviamo e diffondiamo questo testo, che contiene una visione anti-autoritaria e rivoluzionaria del conflitto che si sta verificando in Bolivia, tra l’auto esilio di Evo Morales e l’apparente ingresso in un nuovo contesto dell’ultra-destra razzista, che reitera ed aggrava la persecuzione degli/delle indigen* (senza scendere nella narrativa che presenta l’ex presidente come un amico solidale di quest*, vittime e nemiche del grande capitale).

La fine della leadership …
Ciò che maggiormente colpisce delle proteste boliviane è la sconfitta di Evo Morales che segna la fine del governo del movimento socialista (MAS) – al potere da 13 anni. Una sconfitta annunciata dal referendum del 21 febbraio 20161 e che non si è limitata ai soli voti. L’incendio della Chiquitania ha giocato un ruolo fondamentale nell’ ‘inasprirsi delle proteste contro il precedente governo, perché ha evidenziato le alleanze di Evo con gli allevatori della regione di Santa Cruz e i contratti milionari con i cinesi suoi alleati anti-imperialisti.2 Anche l’attacco contro il TIPNIS3 ha giocato contro di lui. Ma in definitiva l’insistenza di Evo nel governare il paese a qualunque prezzo, lo ha portato alla sconfitta nel peggiore dei modi – specie per chi come lui si autodefinisce rivoluzionario -, con numerose proteste nelle strade.

Primo momento delle proteste.
Ma partiamo dalla scintilla che ha dato il via a questi giorni di conflitto. La sensazione di inganno per una frode o l’errata decisione di interrompere la trasmissione del conteggio dei voti, ha scatenato quella che fino ad oggi era una protesta in divenire. Inizialmente, i giovani democratici, pacifisti, cittadinisti e circensi che avevano scarso giudizio (in quanto impegnati a perfezionare i commenti razzisti) avevano chiesto un secondo turno; ma sono stati ridicolizzati per i loro nastri colorati. Quindi sempre più persone -dagli/dalle studenti universitari* ai minatori-, hanno ingrossato le proteste, chiedendo “nuove elezioni”; non appena sono state respinte, queste persone sono scese nelle strade gridando, pretendendo le dimissioni di Evo Morales. I comitati civici, approfittando del momento, hanno preso il controllo.
Se da un lato qualcun* tenderà a spiegare questo con l’ingerenza delle forze internazionali dell’imperialismo che hanno scatenato le persone contro il MAS, dall’altro lato non bisogna dimenticare che in queste proteste e nella sconfitta di Evo c’è qualcosa di estremamente importante per qualunque collettività: il rifiuto di accettare una rappresentanza statale e quindi governativa.”

Ciononostante, non c’era nulla che chiamasse gli/le anarchici/anarchiche alle proteste perché esse, oltre a difendere un sistema e la democrazia, erano proteste senza il minimo criterio antirazzista. Gli/le anarchici/anarchiche, quindi, hanno sfruttato il momento e hanno risposto con l’internazionalismo e la solidarietà, andando a protestare sotto il consolato del Cile4 – un territorio dove i/le compagn* incappucciat* continuano la guerra contro il sistema.

Ma buttando via tutto il cittadinismo e le istituzioni che cercano di governare le nostre vite, quando parliamo di un posto come la Bolivia – con una popolazione a maggioranza razzializzata come gli/le nativ*-, ci sono alcune cose che meritano più attenzione. Innanzitutto, le persone non volevano più questo governante che sembrava la caricatura di un presidente. Evo Morales è stato costruito come il simbolo dei nativi andini, quasi come un’immagine da esportare e accolta con entusiasmo da tutta la banda degli alternativi di sinistra. E anche se è certo che il suo governo abbia permesso un massiccio afflusso delle popolazioni native negli hotel, edifici pubblici, poltrone e altri posti del potere politico – prima gli era negato l’accesso se non per pulire o vendere qualcosa-, Evo non ha inventato la lotta dei popoli nativi, né ha cercato di farli riconoscere ufficialmente allo Stato boliviano. L’educazione “formale” è stato un sentiero ben tracciato da Warisata alle università, tanto che oggi ci sono già tre generazioni di “intellettuali Aymara” e un’università pubblica di El Alto – che venne aperta dopo le proteste e le occupazioni di edifici abbandonati.5 La salute tradizionale è riconosciuta come patrimonio dell’umanità ed è stata discussa in famosi incontri di medicina internazionale6 – una salute non occidentale ma che sopravvive a tutti gli Stati e poteri. Inoltre, il “percorso parlamentare indigeno” non è stato un risultato del MAS.

Solo per fare due esempi importanti:

– il MITKA (Movimiento indio Tupak Katari) è stato uno dei primi partiti indigeni. Fondato nel 1978 e partecipante alle elezioni dopo la dittatura, rivendica un paese indigeno;

-Comadre Remedios, la prima donna chola ad essere una conduttrice televisiva, la prima a ricoprire una posizione pubblica quando è stata eletta deputata dal dipartimento di La Paz e la prima candidata chola alla presidenza.

Tale percorso politico si è unito al sindacalismo anarchico boliviano dagli anni ’20 e ’30 con cuochi, artigiani e fioristi.7 E da una prospettiva anarchica dobbiamo sottolineare che è proprio questa inclusione statale che ha portato alla degenerazione la lotta autonoma – in quanto l’ha costretta a legalizzarsi, istituzionalizzarsi ed entrare nel progetto civilizzatore.

Per questo è urgente ricordare che non abbiamo mai bisogno di un presidente, di una costituzione o di uno Stato plurinazionale; vogliamo esistere con la gioia di essere ciò che siamo, e non di sopravvivere a secoli di colonialismo. I popoli nativi esistono nonostante gli Stati. Il profondo rapporto che abbiamo con la terra, con i pacha, gli achachilas, gli illas, gli apacheta e tutto ciò che ci circonda, non è stato inventato dal MAS. Questo partito ha riunito gli/le nativ* con un forte discorso statale di sinistra e, con l’orchestrazione dell’ex guerrigliero ed attuale ex vice-presidente Álvaro García Linera, si è mostrata l’altra faccia della medaglia del MAS: la sostituzione dei monumenti dei colonizzatori con quelli di Che Guevara o Hugo Chávez. Ciò che ha fatto la gestione del MAS, nel desiderio di costruire uno Stato indigeno, è stato rubare i simboli della resistenza e metterli nelle mani dello Stato e sulle divise delle forze repressive – che, tanto storicamente quanto attualmente, sono anche i carnefici di tutti i popoli nativi.

Ironicamente, il ruolo delle forze armate è stato decisivo per le dimissioni di Evo. Non perché la “buona polizia” non volesse massacrare la gente: questo è puro delirio perché non esiste nessuna polizia del popolo o polizia antifascista! La polizia, approfittando dell’occasione, si è ammutinata chiedendo una serie di benefici economici.8 E quando è tornata nelle strade, lo ha fatto per difendere i suoi soliti capi, i ricchi che si credono bianchi occidentali. La polizia non sarà mai amica: è la forza repressiva. C’è chi non lo dimentica e questo è ciò che applaudiamo quando vediamo dozzine di stazioni di polizia bruciate, il saccheggio delle dogane e la morte del colonnello della UTOP, che, spaventato dalle dinamite, si è schiantato con la sua macchina contro un minibus – notizia mai riportata dai mass media. I vandalismi non sono azioni teleguidate per il ritorno del MAS, ma espressione di una volontà di recuperare la propria vita, attaccando coloro che reprimono. Ed è certamente un orizzonte anarchico questo voler riprendere possesso della propria vita, ripulendola da tutti i partiti.

E la destra?

L’apparizione di un leader fascista come Camacho, figlio della popolazione dei proprietari terrieri borghesi, ex militante dell’Unión Juvenil Cruceñista 9 (un gruppo d’assalto e marcatamente razzista) e capo del Comité Cìvico Pro Santa Cruz10, deve essere visto come il difensore degli interessi della parte “ricca” della Bolivia: ricca di terra, di soia, di bestiame ma apparentemente meno ricca di pensiero, dal momento che Camacho ha chiesto aiuto per comprendere la costituzione politica dello Stato – niente di più e niente di meno che al Cancelliere brasiliano, famoso per i suoi discorsi in cui mescola esoterismo e letteratura razzista. Così, aiutato per estendere la sua Costituzione, Camacho si è imbardato e ha sfruttato il disappunto contro Evo per diventare il capo delle proteste; dopo le dimissioni, Camacho è entrato nel palazzo del governo con la bandiera della Bolivia e la bibbia, bruciando la Wiphala.11 La stessa bibbia con cui è entrata la nuova presidente Jeanine, circondata dai militari. Nell’atteggiamento della destra c’è una reazione e una netta volontà di ribadire la validità dei vecchi valori del dominio: il nazionalismo, il caudillismo, il patriarcato, la colonizzazione, la supremazia dell’idea creola del “bianco” e l’insistenza del potere di Dio – questo eterno dittatore che secoli fa cercava di dominare tutti i tipi di ribelli e di rimuovere le “idolatrie” di tutti i popoli nativi. Nelle parole di Camacho, che chiedono l’unità nazionale e una sola Bolivia, risiede l’imposizione di uno Stato su tutte le altre collettività e il desiderio di normalità cittadina che garantisca a loro di continuare a dominare dopo l’incubo di essere stati fuori dal potere politico per 13 anni. Tali atti, sommati alla polizia di Santa Cruz che eliminerà la Wiphala dalle uniformi, saranno gesti che susciteranno tensioni nascoste.

Perché quello che hanno fatto con la Wiphala è quello che vogliono fare con i popoli nativi.

Perché rifiutare la Wiphala significa affermare a gran voce il colonialismo esistente in Bolivia, dove le persone si guardano allo specchio e vogliono sentirsi bianche per essere più istruite, più civili.

Perché entrare con la Bibbia e la bandiera, espellendo la Wiphala, esprime la pulizia etnica che il dominio ha sempre sognato in Bolivia.

Altro momento.

E questo è un secondo momento, in cui, senza il leader Evo Morales, la protesta ha continuato a traboccare. Rimangono i saccheggi e gli atti vandalici da tutte le parti. Inizialmente, senza polizia e senza presidente, le “orde” hanno provocato il panico cittadino – un panico storico per la vendetta dei razzializzati come i/le nativ*. Alla fine, quelli che dominano sanno che mangiano, comprano, sono serviti, trasportati e vivono in case costruite e prodotte da coloro che chiamano indigeni. Ma il saccheggio, così come gli attacchi, sono molto più dell’azione di un partito. Pensare soltanto ai partiti ci separa dalla complessità delle nostre pratiche e sforzi anarchici. I saccheggi e gli attacchi sono anche il risultato dell’esclusione e della servitù secolare.

Se espandiamo la nostra visione oltre i confini dei partiti di sinistra e di destra e guardiamo verso la bella e urgente distruzione del dominio, possiamo sentire le tensioni irrisolte in Bolivia. Il rogo del Wiphala, come il rogo dei poncho nel Sucre nel 200812, sono atti che ci ricordano di volta in volta la faccia del dominio e del progetto civilizzatore di cui lo Stato – e tutti coloro che entrano in esso – sono parte vitale. Perché? Perché lo Stato in questo continente è il risultato di un’imposizione coloniale che stava mutando in guerre e “rivoluzioni” tra le élite creole. Perché lo Stato è il braccio legalizzatore della devastazione della terra, attraverso le sue politiche di sviluppo e progresso. Perché lo Stato è Potere, e il potere usa la forza repressiva per annientare qualsiasi libertà, e perché corrompe chiunque. Di conseguenza, e sebbene sembri ovvio che un* anarchic* lo dica, non è attraverso lo Stato o i partiti (che siano o no di sinistra) che si annichilisce il dominio. Il dominio viene annientato distruggendo lo Stato e i suoi falsi critici. Questo è l’orizzonte che ispira la lotta anarchica, antagonista a qualsiasi potere. Tale orizzonte ci porta a vedere la possibilità di una assoluta libertà. Per tutto questo insieme di ragioni, parliamo seriamente quando vogliamo, come anarchici/anarchiche, la distruzione dello Stato.

Ma quell’orizzonte lo abbiamo anche imparato dai popoli da cui abbiamo ereditato le nostre radici secoli fa – senza il bisogno dello Stato. È per questo che sentiamo nelle strade il grido: “Ahora sí Guerra Civil!!”

Grido antico che abbiamo già ascoltato nella “Guera del Gas y del Agua” del 2000.13 E ciò ci ricorda come la guerra in queste terre non sia mai avvenuta tra i popoli originari e i colonizzatori, ma tra le varie élite creole.

Grido che oggi è stato sollevato di nuovo dalla comunità del territorio di El Alto. Una comunità nativa razzializzata ed esclusa, da sempre in tensione contro il progetto civilizzatore dello Stato.

E questo è qualcosa che nessun governante può risolvere.

Sopra le costituenti e la Costituzione

La falsa risoluzione di queste tensioni attraverso la Costituente promossa dal MAS tra il 2006 e il 2008, era una soluzione legale (logica occidentale!) ai problemi basati sul colore della pelle e sulla visione dello Stato-Capitale. Una costituente – e la sua costituzione risultante -, sono gli strumenti del patto sociale tra la società e lo Stato. Sono il segno distintivo della sottomissione delle collettivi a uno Stato, e segnano la sconfitta di ogni lotta autonoma. Ed è così che la nuova Costituzione Plurinazionale della Bolivia si è tradotta in un recinto istituzionale che ha allontanato le persone dal fare politica e lotte in strada. La costituente ha ridotto le lotte millenarie a un partito, il MAS, e ha permesso al razzismo e al colonialismo di mascherarsi come opposizione politica. Ecco perché loro, i dominatori di sempre, hanno trovato più facile insultare un nativo – definendolo un masista -, che mantenere il classico “indio di merda” che risulta più politicamente scorretto.

La Nuova Costituzione e il volto indigeno di Evo hanno confuso tutt* con questa inclusione, portando chi si opponeva allo Stato a far parte sia di un gruppo indigeno che di un ministero, sia di un gruppo di commercianti di contrabbando che un’istituzione pubblica. Le comunità forti e combattive sono diventate il governo e con l’inclusione si sono confuse e conformate, perdendo di vista il fatto che le gerarchie di classe, di cultura e del colore della pelle erano appena nascoste. Anche molti “anarchici” e libertari erano gravemente confusi (come è accaduto in Venezuela con gli anarco-chavistas, in Messico con gli anarco-zapatistas e anche in Brasile con i pro-lula), probabilmente perché hanno solo accompagnato i movimenti sociali e non hanno fatto dell’anarchia una ricerca individuale che non si perdesse alla prima tempesta. 14Questa confusione, aggiunta al rifiuto (con una forte repressione attraverso i media) di una pratica anarchica radicale, ha quasi messo a tacere l’anarchismo in Bolivia.15

Ecco perché oggi è importante dire qualcosa sull’anarchia – specie quando un presidente si dimette -, in modo che quell* confus* non raggiungano l’estremo di sentirsi dispiaciut* per un presidente o credere che combattere contro la destra equivalga a ridurre l’impegno per la libertà e allearsi con i partiti di sinistra. Che il presidente sia più o meno simpatico a secondo delle visioni del mondo inclusivo, è un dibattito da approfondire: non possiamo dimenticare che un presidente, anche se indigeno, donna, nero o libertario, è il guardiano dello Stato, del capitale e della devastazione della Terra – in quanto dispone della vita e delle persone come risorse.

Siamo anarchici/anarchiche. Parlare solo del golpe legittima la logica statale e intrappola il pensiero alle strategie dei partiti e del parlamento. Il dibattito sul golpe (o presunto tale), rafforza l’intangibilità dello Stato, le sue leggi e i suoi funzionari. La logica statale ha lavato così tanto le menti delle persone da non farci vedere come siamo noi stess* i/le responsabili delle soluzioni dei nostri problemi. Nessun salvatore ci apre le porte. La riduzione della lotta da parte dei partiti, così come il dualismo sinistra e destra, rendono impossibile la ricerca di orizzonti di lotta radicale che costruiscano l’autonomia e puntino alla distruzione assoluta dello Stato.

Sempre è il momento

Vogliamo sottolineare che gli/le anarchici/anarchiche sono stati i/le prim* a lottare contro il governo di Evo Morales con azioni offensive contro il macabro intervento nel TIPNIS. Quindi chiediamo ora: si teme di perdere di fronte alla destra? Chi è abituato a lottare, sa di non perdere nulla.

Che Evo abbia perso non significa che la destra abbia vinto. E che Evo continui a governare, non significa che il dominio sia finito. Per coloro che lo dimenticano, né il Congreso, né il governo sono un trionfo per qualsiasi anarchic*. La lotta contro la destra è sempre stata la lotta contro il dominio, contro la devastazione, contro il dio tiranno, contro il razzismo e, ovviamente, contro lo Stato.

La migliore risposta è data da El Alto: al grido “non siamo masisti, ma alteño”, si è aggiunto anche lo slogan: “Il Wiphala si rispetta, stronzi!”

Adesso è tempo di attaccare; ma non difendendo un’opzione meno peggiore, né un partito, né “alleanze” che ci allontanino dal desiderio di vivere liber* e senza essere comandat*. Attaccare ogni forza repressiva, ogni istituzione statale, ogni rappresentazione dello Stato boliviano – o qualsiasi Stato!-, ispirandosi all’odio verso il dominio. Alla fine, siamo sempre stat* contro lo Stato e abbiamo sempre resistito a tutti i poteri; siamo razzializzat* come i/le nativi/e e cerchiamo l’anarchia; e ora dobbiamo spiegare didatticamente e criticamente perché non siamo dispiaciut* per un partito o un governante.

Mentre scriviamo queste righe (24/11/2019), ci sono forti proteste16; i prigionieri del Carcere di San Pedro si ribellano; il direttore del Régimen Penitenciario si è dimesso; le forze armate, insieme alla polizia (quella polizia che ha rifiutato di reprimere la gioventù civile e democratica), hanno ucciso almeno dieci persone a La Paz e Cochabamba – dieci persone con occhi piccoli e pelle scura, che parlavano lingue ancestrali ed erano etichettati come masisti. Ci sono centinaia di detenut* accusat* di essere masisti ma in realtà sono nativi: i cocaleros, Aymara, Quechua, Guarani…tutte persone insultate per secoli. Una persecuzione surreale viene condotta contro le persone, compresi i medici provenienti da Cuba e Venezuela, così come l’espulsione di tutto ciò che credono sia “una minaccia comunista”; il potere centralizzato non instaura un dialogo con i settori sociali senza la mediazione delle Nazioni Unite, dell’UE e della Chiesa.

Le cose sono chiare e la migliore risposta alle paure dell’ “ascesa del fascismo in questa parte del continente” e alle preoccupazioni geopolitiche della sinistra e della destra è non avere un giorno di riposo. Solo la fine dello Stato permette di creare e proseguire nell’autonomia – che esiste già in tante collettività da millenni. Al di là della lotta dei partiti che bramano solo al potere, siamo allegr* guerrier*, difensori di quel che siamo, amanti della libertà e resistenti alla colonizzazione da secoli. Che la bandiera nera e il Wiphala si incontrino di nuovo in così tante strade, in così tante lotte, con la miccia pronta per il conflitto, libero dallo Stato.

La fine della leadership è l’inizio della libertà.
Per coloro che combattono contro ogni tiranno, possano i venti degli achachila soffiare resistenza!
Ché la rivolta sia contagiosa!
Né sinistra né destra! Morte allo Stato e lunga vita all’anarchia!

Ps1: ai/alle compagn* di Cochabamba, Santa Cruz, La Paz, El Alto e a coloro che hanno rinfoltito questo testo con le narrazioni di ciò che accade, insistendo nella lotta.

Ps2: alla memoria degli/delle anarchici/anarchiche che sono stat* in grado di criticare tutti quei totalitarismi che hanno deviato l’orizzonte della lotta radicale per la libertà.

Note

1 Nel Referendum del 21 Febbraio 2016 si chiedeva se si accettava di modificare la Costituzione in modo che il presidente e il vicepresidente della Repubblica potevano essere rieletti due volte ininterrottamente. Nonostante i risultati (il 51% per il NO e il 49% per il SÌ), nel novembre 2017 il Tribunal Constitucional diede una notizia a sorpresa: il presidente Evo Morales e altre autorità avevano chiesto le rielezioni senza limiti, garantito dal diritto umano della Costituzione stessa. Link: www.bbc.com/mundo/noticias-america-latina-46450251.

2 Nell’agosto di quest’anno, oltre 2 milioni di ettari della Chiquitania sono “accidentalmente” bruciati poco prima dell’annuncio sull’esportazione di bovini e semi di soia in Cina: “Attraverso un intenso e coordinato lavoro sviluppato con il Ministerio de Desarrollo Rural y Tierras del Estado della Bolivia, è stato possibile sottoscrivere questo importante protocollo che mira a facilitare l’esportazione di carne bovina in Cina

Link: http://www.la-razon.com/economia/bolivia-protocolo-mercado-chino-carne-boliviana-exportacion_0_3137086262.html

https://dialogochino.net/28642-will-exporting-beef-to-china-cause-deforestation-in-bolivia/?lang=pt-br.

3 TIPNIS è l’abbreviazione di Territorio Indígena Isiboro Sécure, Reserva Natural e Indígena. Evo Morales autorizzò la costruzione di una strada che faceva parte dell’IIRSA (Iniciativa para la Integración Regional Sud Americana). Le marce e i conflitti – con annesse repressioni e criminalizzazioni – tra il 2007 e il 2011, fecero desistere Morales dal costruire la strada nonostante i tentativi di corrompere i/le nativ* di quella regione.

Link: https://tipnisbolivia.org/tag/iirsa/

https://operamundi.uol.com.br/politica-e-economia/16585/evo-se-curvou-ao-39-novo-imperialismo-brasileiro-39-diz-lider-indigena-da-bolivia

4 “Il nostro abbraccio di solidarietà ai/alle compagn* che stanno combattendo nelle strade, non per un governo migliore, ma per la distruzione di tutte le forme di potere […] Come anarchici/anarchiche annientiamo queste proteste interessate a prendere il potere; non siamo d’accordo con l’opposizione che rappresenta il ritorno della destra o della sinistra che attualmente governa il paese.”

Link: https://es-contrainfo.espiv.net/2019/11/06/la-paz-bolivia-contra-la-crisis-social-local-y-protesta-solidaria-en-el-consulado-chileno/

5 Nel 1989 le istituzioni sociali di El Alto firmarono una convenzione con la Universidad Mayor de San Andrés (UMSA) della città di La Paz per creare una facoltà con carriere tecniche. La popolazione locale, non aspettando la risposta del governo sulla richieste in merito alla creazione di una facoltà con carriere professionali e non tecniche, occuparono le strutture disabitate dell’ex Servicio Nacional de Formación de Mano de Obra (FOMO) il 18 Febbraio 1989. Dopo diversi scontri con la polizia – e sgomberi annessi -, la lotta si spostò in sede parlamentare. In seguito della manifestazione del 1 Maggio 2000, il governo istituì l’Universidad Publica de El Alto (UPEA) con la legge 2115 del 5 Settembre 2000.

Link: https://www.lexivox.org/norms/BO-L-2115.html

6 A questo proposito, è possibile leggere la ricerca di Carmen Beatriz Losa sulla storia della popolazione Kallawayas e della medicina nativa, nonché la sua criminalizzazione e la successiva inclusione nello Stato attraverso certificati di convalida istituzionale, che ha infranto tutta la tradizione e la valorizzazione locali.

Link: https://www.researchgate.net/profile/Carmen_Loza

7 Vedasi García Huascar Rodríguez, “La choledad antiestatale. El anarcosindicalismo en el movimiento obrero boliviano (1912-1965)”

Link: http://www.fondation-besnard.org/IMG/pdf/LA_CHOLEDAD_ANTIESTATAL.pdf

8 La polizia ha chiesto parità di retribuzione con le forze armate, alloggi e tanti altri benefici economici che li separa dal resto della popolazione. Link: https://www.la-razon.com/nacional/Motin-policial-capitales-presion-policiales_0_3254074615.html

9 L’Unión Juvenil Cruceñista – autodenominatosi come “ Grupo de Choque del Comité Cívico Por Santa Cruz”- è un gruppo di estrema destra dove alcuni dei suoi membri sono stati perseguiti per atti di violenza razzista. L’esempio è Jorge Holberg dove ha fatto diverse uscite con mazze da baseball, scudi con una croce verde, guanti e uniformi con camicie bianche, jeans e capelli corti, per colpire gli indiani.

Link: https://www.indios.org.br/pt/Not%C3%ADcias?id=15921

10 Il Comité Cìvico Pro Santa Cruz (CCPSC) venne fondato nel 1950 presso l’Università “Gabriel René Moreno” della città di Santa Cruz con Hernando García Vespa segretario del Gobierno de la Federación Universitaria locale. Il periodo in cui venne fondato il CCPSC vi erano diverse aperture economiche e di costruzioni di infrastrutture in Bolivia– specie nella regione di Santa Cruz. Il carattere nazionalista e la composizione borghese – forgiatosi dopo la Guerra del Chaco tra Bolivia e Paraguay del 1932-1935 – hanno posto il suddetto gruppo come difensore degli interessi borghesi locali, sostenendo i governi neoliberisti boliviani e opponendosi alle richieste delle popolazioni native e dei lavoratori e delle lavoratrici.

11 Il Wiphala, è un simbolo di vari popoli che ricordano il Tawaintinsuyo – uno spazio controllato dagli Inca in cui c’erano molti villaggi. Sebbene la sua origine non sia chiara, “la grande esplosione del Wiphala, specialmente nella parte andina, si verificò con le mobilitazioni del sindacalismo contadino negli anni ’70 in Bolivia.Il recupero di questo simbolo non è solo una bandiera ma l’emblema di diverse comunità native e la rappresentazione della filosofia andina. Link: https://pueblosoriginarios.com/sur/andina/aymara/whipala.html

12 Ci si riferisce alle umiliazioni perpetrate dal Comité Interinstitucional y estudiantes de la Universidad San Francisco Xavier contro delle persone identificate come “masiste” in quanto vestite con gli abiti tradizionali nativi. Queste persone vennero costrette a baciare le bandiere del Sucre e della Bolivia, oltre ad essere spogliate e vedere i loro vestiti bruciati. Vedasi il documentario “Humillados y Ofendidos.” Link: https://www.youtube.com/watch?v=my_dfXXaLTI

13 A causa delle politiche neoliberiste dalla fine degli anni ’80, molti servizi vennero privatizzati. Tra questi troviamo l’acqua, gestita dalla francese Lyonnaise des Eaux – filiale della SUEZ. Tra il 1997 e il 2000 la Lyonnaise aumentò le tariffe, scatenando le proteste e la furia della popolazione.

A questo va aggiunto anche il contesto della guerra del gas, un episodio scatenato da una vera e propria svendita del prodotto e non tanto da un’esportazione verso i porti cileni – ovvero verso un paese dove vi è un forte risentimento e odio nazionalista. In una situazione di rivolta e morti, il presidente Gonzalo Sánchez de Lozada Bustamante scappò dalla Bolivia, lasciando campo libero al MAS e a Morales.

14 La ricerca individuale per l’anarchia è una parte indispensabile. La ricerca individuale per l’anarchia non significa ostacolare la costruzione collettiva ma, anzi, la guida in quanto un’individualità che cerca l’anarchia, troverà sempre complici e spazi per viverla

15 Anche se è esagerato dire che l’offensiva in Bolivia sia rimasta, non significa che non succede nulla. Azioni precise e tempestive come le molotov contro il consolato dell’Argentina per la scomparsa di Santiago Maldonado, la propaganda e la solidarietà, così come l’ultima fiera del libro anarchico, dimostrano che in Bolivia esistono individualità e gruppi anarchici.

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Sicilia che affonda, Sicilia in vendita?

Come riportato dal documento della Corte dei Conti, “Giudizio di parificazione del Rendiconto generale della Regione siciliana per l’esercizio finanziario 2018” (1), la Regione Sicilia ha un disavanzo di un miliardo di euro da recuperare entro l’attuale legislatura regionale.
Dei punti analizzati e snocciolati dalla Corte dei Conti, prenderemo in considerazione la sezione “11. L’indebitamento” (pagg. 91-94) per capire meglio la speculazione che si prospetta in un prossimo futuro.
I giudici della Corte riportano in questa sezione come il 66,3% dei debiti sono rappresentati dai mutui a carico dell’amministrazione regionale e vi sono in atto rinegoziazioni dei prestiti ottenuti dalla Cassa Depositi e Prestiti (CDP) negli ultimi 20 anni. Rinegoziazioni che potranno fare aumentare esponenzialmente, secondo i giudici della Corte dei Conti, il debito tra Regione Sicilia e CDP.
A questo, la Corte dei Conti aggiunge l’outlook delle principali agenzie di rating verso la Regione Sicilia:
-per Ficht, passa da stabile nel 2017 (2) a negativo nel 2019 (3);
-per Moody’s era negativo nel 2017, positivo nel 2018 ed è confermato come tale per il 2019 nonostante sia in corso di revisione (4);
-per Standards & Poor’s, passa da positivo nel 2018 a stabile nel 2019 (5).
Sommando i rating di queste tre agenzie, il livello di investimento per il territorio siciliano oscilla tra l’ “Accettabile” e l’ “Accettabile con Attenzione.”
Ciò significa che il livello di speculazione è “prudente,” confermando come gli investitori “stranieri” (specie cinesi e maltesi) vogliano tastare il terreno e avere delle garanzie solide e adeguate di un’amministrazione regionale che, finanziariamente parlando, è sempre più esposta al default.
E nonostante il crollo delle esportazioni petrolifere (6), la Regione Sicilia può sfruttare a suo vantaggio la pubblicità vittoriosa del mainstream locale sulle “arance rosse in Cina”, la carta del turismo come ancora di salvezza e la vendita dell’Aeroporto di Catania. (7)

Note
(1) Link: https://www.corteconti.it/Download?Id=5a3fd90e-e945-431a-9b3a-9330b29ac4a0
(2) Link: https://www.reuters.com/article/fitch-affirms-italian-region-of-sicily-a-idUSFit4rM4rv
(3) Link:
https://www.fitchratings.com/site/pr/10056428
https://www.fitchratings.com/site/pr/10078825
(4) Link: https://www.moodys.com/research/Moodys-announces-completion-of-a-periodic-review-of-ratings-of–PR_397332
(5) Link: https://www.standardandpoors.com/en_US/web/guest/article/-/view/type/HTML/id/2272793
(6) Stando a quanto riportato dal documento della Banca d’Italia, “L’economia della Sicilia. Aggiornamento congiunturale” (Novembre 2019), “nel primo semestre del 2019 le esportazioni sono diminuite del 17,3 per cento a prezzi correnti. Le vendite di prodotti petrolchimici, che rappresentano oltre il 60 per cento dell’export regionale, sono diminuite drasticamente anche in quantità.
Link: https://www.bancaditalia.it/pubblicazioni/economie-regionali/2019/2019-0041/1941-sicilia.pdf
Ciò si tradurrà in un probabile calo delle royalties petrolifere per la Regione Sicilia – di cui prende, come aliquota, il 20,06% (normato dalla Legge 15 Maggio 2013, n. 9 “Disposizioni programmatiche e correttive per l’anno 2013. Legge di stabilità regionale,” articolo 13, comma 1. Link: http://www.gurs.regione.sicilia.it/Gazzette/g13-23o1/g13-23o1.pdf)
(7) Come riportato sul canale telegram del Gruppo Anarchico Chimera, “la Società Aeroporto Catania (SAC) si avvia ad essere privatizzata. Così i soci pubblici quali il comune e la città metropolitana di Catania (detentori complessivi del 14,28% del capitale sociale), il libero consorzio comunale Siracusa (detentore del 12,24% del capitale sociale) e l’Istituto regionale per lo sviluppo delle attività produttive (detentore del 12,24% del capitale sociale) cederanno le loro quote per fare cassa (specie il comune di Catania in dissesto), consentendo alla Camera di Commercio del Sud Est Sicilia di Agen e soci di poter avviare le pratiche per la privatizzazione […] parliamo di un’azienda che, negli ultimi 10 mesi, ha avuto un transito di 8 milioni di passeggeri (con un aumento del 3,29% rispetto allo stesso periodo del 2018) e un fatturato di 76,4 milioni di euro (2018).
Ed è proprio per il fatturato ottenuto nel 2018 – con una flessione rispetto al 2017 di 6 milioni di euro-, che i privati e gli amministratori pubblici hanno optato per la privatizzazione.
[…]

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Piazza Fontana 1969-2019. Sappiamo chi è Stato

Comunicato e volantino del Gruppo Anarchico Alfonso Failla – FAI Palermo

Sono passati 50 anni da quel 12 dicembre 1969, quando una bomba esplose a Milano all’interno della Banca Nazionale dell’Agricoltura, dando il via a una serie di altri attentati nei decenni successivi. In realtà, la strage di Piazza Fontana era stata preceduta nello stesso anno da più di 100 attentati “minori“, una sequenza di provocazioni tutte finalizzate alla strategia della tensione ideata e attuata da apparati, uomini, personalità a ogni livello e in ogni ambito dello Stato italiano con la collaborazione dei servizi segreti USA e dei neofascisti di Ordine Nuovo quali esecutori.
Erano anni di grande fermento sociale in Italia, e non solo. Le lotte studentesche si saldavano con le rivendicazioni operaie e, più in generale, tutti i pilastri su cui si reggeva la società tradizionale erano fatti oggetto di una critica sempre più radicale.
Veniva messo in discussione tutto: la famiglia, la scuola, la fabbrica e – ovviamente – anche il potere in quanto tale. In tutti gli ambiti del vivere comune il vento della contestazione investiva il concetto stesso di autorità, ovunque esso si manifestasse.
Stato e padroni si attivarono per stroncare il movimento in atto, e lo fecero attraverso l’elaborazione e l’esecuzione di un piano teso a incutere terrore nella popolazione per giustificare la svolta autoritaria del paese. Si doveva riportare l’ordine a tutti i costi, si doveva “destabilizzare per stabilizzare”.
Questa strategia della tensione si saldò con i programmi politici dei gruppi neofascisti e neonazisti, primo fra tutti Ordine Nuovo. Gli attentati – strumenti di questa strategia – venivano invece sempre addebitati ai gruppi anarchici o, in genere, alla sinistra extraparlamentare, mentre polizia, carabinieri, magistrati, politici e servizi segreti coprivano in tutti modi le attività dei fascisti.
Per la strage di Piazza Fontana la polizia puntò subito il dito contro gli anarchici. Uno di loro, Giuseppe Pinelli, fu trattenuto in questura per tre giorni (oltre i limiti di legge) e poi scaraventato dalla finestra dell’ufficio del commissario Calabresi. Un altro anarchico – Pietro Valpreda – fu accusato di aver messo materialmente la bomba per poi essere completamente scagionato dopo tre anni di ingiusta carcerazione.
Per lungo tempo, una serie infinita di insabbiamenti e depistaggi ha impedito che si arrivasse a una verità giudiziaria sui fatti di Piazza Fontana, con sentenze tra loro contraddittorie che prima hanno riconosciuto i colpevoli nei fascisti di Ordine Nuovo, e poi li hanno assolti. Anche per quanto riguarda la morte di Pinelli, il ricorso alla menzogna e alle calunnie è stato sistematico: prima dissero che si era suicidato a conferma della propria colpevolezza e di quella di Valpreda; poi liquidarono la sua morte con l’incredibile formula del “malore attivo”.
Ha detto il giudice Giancarlo Stiz: «Forse c’è ancora speranza che i libri di storia, in futuro, possano raccontare la verità».
Ma la verità storica c’è già. Gli anarchici sanno chi è Stato. Lo sapevano anche nel dicembre 1969 quando gridavano che Valpreda era innocente, Pinelli era morto ammazzato e la strage era di Stato. E lo gridavano contro chi – in funzione di un auspicato imminente golpe di destra – aveva ordito il piano destabilizzante e stragista e aveva indicato negli anarchici gli attentatori.
E noi continueremo a gridarlo contro chi pretende di nascondere ancora la verità, di azzerare la memoria storica, di confondere vittime e carnefici proponendo una impossibile conciliazione.
Gruppo anarchico “Alfonso Failla” – FAI Palermo

In allegato a questo comunicato, condividiamo il materiale pubblicato dal progetto “Le Maquis-Biblioteca Anarchica e Libertaria Digitalizzata”
Link

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L’eccidio di Avola

Sono passati 50 anni dall’eccidio di Avola: la morte di due braccianti e di numerosi feriti pose in evidenza la violenza repressiva poliziesca e la solidarietà del proletariato italiano. La risposta dei partiti dei tempi fu una campagna o strombazzamento contro le armi utilizzate dalla polizia solo nelle manifestazioni politiche e lavorative. Quando la reazione popolare sull’eccidio di Avola cominciò a scemare, i partiti lasciarono morire questa campagna o strombazzamento.
I/le sopravvissuti/e a questo eccidio ebbero come unico risultato l’oblio e l’accettazione – quasi da personaggi verghiani oseremo dire – dello status quo.
Per non dimenticare quello che accade, pubblichiamo un estratto dal libro di Domenico Tarantini, “L’ordine manipolato. La violenza pubblica da Avola a piazza Fontana”, De Donato, Bari, 1970.
Sempre sull’argomento Avola, vedasi l’articolo “Diversivi e problemi vari

 

Tutto avvenne, ad Avola, nel pomeriggio di lunedì 2 dicembre 1968, al ventesimo chilometro della strada statale 115, quasi alle porte del paese. Ancora molte ore dopo, verso le dieci di sera, giornalisti e fotografi accorsi dal «continente», giunti a quel punto della strada che collega Avola a Siracusa, non riuscivano a passare. Le automobili non potevano transitare per via delle pietre e dei bossoli che coprivano l’asfalto. Era uno «spettacolo desolante». I nuovi arrivati avevano l’impressione che in quel punto si fosse svolta una «accanita battaglia» tra polizia e dimostranti. Le carcasse di due automezzi della «forza pubblica» erano ancora fumanti, e qua e là, sull’asfalto, chiazze di sangue rappreso[1]. È Avola una cittadina di circa trentamila abitanti. Emerge tutta bianca in una campagna d’agrumeti e di mandorli e s’affaccia piena di speranze sul mare. Il prefetto, il questore, il vescovo —vale a dire i perni amministrativi, politici e religiosi della struttura sociale— non sono molto lontani: il capoluogo della província, Siracusa—nome caro ad antiche memorie è vicino. Avola è uno dei centri urbani politicamente piú attivi dell’isola. Vi sono state combattute «memorabili battaglie politiche e sindacali»[2], che hanno consentito un miglioramento delle condizioni di vita della popolazione povera e bracciantile. Il paese si trova, tuttavia, in una zona caratterizzata da un’economia precária e disorganizzata e tutt’altro che avviata verso un processo di sviluppo programmato e razionalizzato. La situazione è quindi bloccata in una serie di problemi la cui soluzione si fa sempre piú pressante. Il 29 novembre 1968 i proprietari terrieri rompono con le organizzazioni sindacali dei braccianti le trattative per il nuovo contratto di lavoro, e la situazione, già tesa da qualche giorno, si aggrava. I braccianti invadono la strada per Siracusa e vi si siedono, bloccando il traffico. Un deputato comunista li convince a desistere promettendo di recarsi con alcuni scioperanti e qualche sindacalista dal prefetto per chiedere che intervenga convocando súbito nel suo ufficio una riunione tra agrari e lavoratori, per la ripresa delle trattative.
Il prefetto dapprima rifiuta («per ragioni di prestigio personale»)poi acconsente a convocare le parti, ma non per quella sera:«essendo stanco, ed avendo perduto sonno tutta la notte, non era in grado di affrontare un’altra lunga discussione». La riunione viene fissata per l’indomani, ma i proprietari terrieri non si presentano: fanno sapere che attendono da Roma un loro rappresentante nazionale. Il prefetto comunica le notizie ai sindacalisti «lasciandoli in piedi, in pochissimi secondi, e senza permettere che prendano la parola».A uno della CISL, che tenta di dire qualcosa, impone perentoriamente di tacere:«Non ammetto discussioni». L’indomani, però, dopo un nuovo intervento di un altro deputato e del sindaco di Floridia, il prefetto consente a convocare le parti per quella sera stessa; ma ancora una volta gli agrari non si presentano, e la riunione viene definitivamente fissata per il 3 dicembre. La notizia fa esplodere il risentimento dei braccianti, e ad Avola viene proclamato lo sciopero generale. Fin dal mattino del 2 dicembre, il paese è fermo. Verso le 8 il prefetto telefona al sindaco annunciandogli che arriverà la forza necessária per sbloccare il traffico stradale. Il sindaco lo scongiura di non mandare la polizia, perché «la situazione potrebbe precipitare».Ma verso le 11 arriva la célere, e si ferma davanti agli scioperanti, che sono in parte seduti in mezzo alla strada, al bivio del lido di Avola. Ma leggiamo il racconto del sindaco:
Mi reco sul posto, parlo con il vice-questore,invitandolo a non fare precipitare la situazione: mi risponde che ha ricevuto ordine di sgombrare il campo per passare e deve mettere in esecuzione l’ordine. Lo prego di attendere per darmi il tempo di telefonare al prefetto. È ciò che ho fatto.[Gli] dico che la situazione è sempre piú delicata, in quanto si stanno dirigendo sul posto donne e bambini. Lo invito a far ritornare indietro la polizia. Il prefetto mi risponde che l’ordine è stato dato: la polizia deve passare. Mi invita a cingere la sciarpa tricolore e a collaborarci per il ripristino della legalità. Gli rispondo che mi recherò sul posto per tentare di scongiurare ciò che poi è avvenuto. [Dal commissariato] parlo via radio con il vicequestore che comanda le forze di polizia al bivio di Avola Lido. Lo prego di attendere il mio arrivo sul posto[…] ma quando arrivo trovo già i commissári con la sciarpa tricolore pronti a dare gli ordini e gli agenti che, scesi dalle auto, avevano messo gli elmetti e si preparavano ad innescare le bombe lacrimogene nei fucili. Cerco di fermarli, ma mi si impone di allontanarmi e di mettermi da parte. Contemporaneamente vengono suonati gli squilli di tromba e lanciate le bombe lacrimogene. Volano sassi e si spara da parte degli agenti […] il fuoco è durato a lungo, 25 minuti circa. [3]

A questi tragici avvenimenti —narrati con tanta amara franchezza dal sindaco la stampa italiana dedica molto spazio. Se si tralasciano le sfumature non significative, è possibile tentare un’analisi, sia pure sommaria, dell’atteggiamento dei giornali raggruppandoli in:
a)quotidiani che gravitano nell’area politica della destra;
b)quotidiani definibili moderati;
c)quotidiani governativi o di centro-sinistra;
d)organi d’informazione dei partiti.
I giornali del gruppo b) assumono un atteggiamento simile a quelli del gruppo a).Le corrispondenze sono ispirate da un senso di disappunto per l’accaduto e di pietà per le vittime. I cronisti si domandano «perché» si è sparato, se era próprio necessário arrivare a questi estremi rimedi, se non vi sono state manchevolezze, colpe, errori. Tutto è detto con avvedutezza: si cerca di far sentire il dispiacere per l’accaduto, ma senza emettere giudizi. Il comunicato delle autorità di polizia viene integrato da qualche notizia attinta tra la popolazione. Negli editoriali l’atteggiamento cambia. Si afferma che il diritto al lavoro è sacro e si riconosce che le masse hanno ragione se lottano per ottenere o conservare il lavoro o per migliorarne le condizioni. E s’arriva al sodo: la libertà non va confusa con la licenza; la violenza è ingiustificabile; la colpa non è delle masse, ma di una minoranza di provocatori. Non si esita ad affermare perfino che ci si trova di fronte addirittura ad operazioni di «guerriglia»,la quale, ovviamente, è promossa e organizzata dai comunisti. I giornali del gruppo c) denunciáno generalmente una vivace insofferenza per l’accaduto. L’eco degli spari, rimbalzando dalla Sicilia alla penisola, turba improvvisamente l’equilibrio politico che si cerca di riassestare, minaccia la ricostituzione del centro-sinistra e la formazione del nuovo governo, è insomma una improvvisa e dura mazzata sulla testa. Nelle corrispondenze si sente perciò un taglio nuovo. I fatti sono raccontati in base alle testimonianze raccolte tra la gente, anziché riferendo le prime versioni fornite dalle autorità. [4] L’insofferenza di questi giornali è chiara negli editoriali. Talvolta perfino la cautela è dimenticata.«Il giorno»,per esempio non esita, a scrivere che bisogna togliere il mitra alla polizia e che i prefetti, se vogliono sopravvivere, debbono imparare a comportarsi diversamente.[5] Tra i giornali di partito,«l’Unità» si distingue per la violenza della sua reazione. Riferendo quanto appreso dagli scioperanti, il giornale (4 dicembre ’68) afferma che i poliziotti, «dopo aver lanciato un gran numero di bombe lacrimogene e incendiato con colpi d’arma da fuoco le motociclette dei lavoratori», hanno «sparato a zero sui braccianti». Dalla consultazione della stampa quotidiana è possibile trarre una considerazione di carattere generale: per la prima volta, un fatto come quello di Avola suscita reazioni di compianto anche in certi giornali chiusi in una sfacciata política reazionaria. Occorre però rilevare che un altro fatto nuovo è accaduto dopo la sparatoria: un comunicato del Quirinale ha annunciato che «i luttuosi fatti di Avola sono stati appresi con costernazione». Piú tardi, verrà diffusa la notizia che il Ministro degli Interni ha «messo a disposizione», cioè ha rimosso dal suo posto, il questore di Siracusa. Ed anche questo non era mai accaduto prima. I due morti di Avola hanno dunque veramente addolorato tutto il paese? Si è commossa anche l’ltalia ufficiale?Oppure è un’ipocrisia?[6] II paese si trova in una delicata congiuntura política. Il governo-ponte del senatore Giovanni Leone è dimissionario ed i partiti del centro-sinistra stanno laboriosamente trattando la formazione di quello che sarà poi il primo governo Rumor. In questa situazione il piombo di Avola è per lo meno inopportuno. I tre chili di bossoli raccolti sull’asfalto potrebbero trasformarsi in un peso intollerabile perfino da parte delle forze politiche piú conservatrici. Ma non accade. La tradizione ha radici rigogliose nel terreno della società italiana. Per la crisi del governo, il Parlamento —secondo la tradizione— è chiuso. Non può,pertanto, occuparsi di Avola. Il presidente della Camera, Pertini, per iniziativa dei comunisti, consente però che se ne possa discutere,eccezionalmente, in sede di commissioni riunite, degli Affari interni e del Lavoro (la sparatoria, infatti, è un affare interno ed è stata causata da motivi di lavoro). Il discorso del Ministro degli Interni si basa sui seguenti punti fondamentali:
1)mantenere l’ordine è indispensabile;
2)la formazione degli agenti e le direttive del Ministero circa l’uso della forza si ispirano al rispetto della vita umana e alla tutela dei diritti civili di tutti i cittadini;
3)le forze di polizia rendono al paese un «grande servizio», che non può essere in alcun modo offuscato da singoli fatti, per quanto dolorosi. [7]
Lo scontro, dice Restivo, si è avuto dopo che i dimostranti hanno cominciato a lanciare sassi: la polizia ha impiegato i «candelotti fumogeni», però «con scarso risultato, data la natura del terreno e il vento contrario». Esauriti i candelotti,«gli agenti erano costretti a ripararsi negli automezzi, due dei quali venivano rovesciati dai dimostranti e incendiati».II vicequestore, alcuni funzionari ed ufficiali e vari agenti venivano colpiti dalle sassate, ed il reparto «venne a trovarsi scompaginato e privo di una efficiente direzione». Ne derivava una confusione generale «aggravata dal fumo degli incendi, dalle grida della folla e dal lamento delle persone colpite», ed «i militari, temendo per la loro incolumità, esplodevano numerosi colpi d’arma da fuoco». Alla discussione di questa relazione partecipano vari deputati. Le tesi democristiane non sono concordi. Marcello Sgarlata (DC) parla di «atteggiamenti esasperati» degli scioperanti e ritiene «di dover dare atto che[…] le forze di polizia hanno usato notevole moderazione».
Amelia Miotti Carli(DC) afferma che «nessuno può pensare che [loscontro] sia stato premeditato, e si deve ritenere che si sia creato uno stato d’orgasmo e di eccitazione che hanno fatto precipitare gli avvenimenti».
Ines Boffardi(DC), invece, deplora l’accaduto, è «convinta che la polizia nei conflitti di lavoro debba essere disarmata» e si «associa a coloro che hanno decisamente riprovato il comportamento degli agrari, i quali hanno atteso la tragédia per addivenire a una soluzione della vertenza».
Per il PSI parlano Lupis e Servadei. Lupis —che sarà ministro nel nuovo governo di centro-sinistra —afferma che «è mancato il senso della responsabilità nelle forze dell’ordine». Servadei indica le cause degli avvenimenti negli «squilibri socio-economici esistenti nella zona» e nelle «responsabilità non soltanto dei ceti padronali ma anche degli organi amministrativi periferici, che mostrano scarsa sensibilità nei confronti dei problemi dei lavoratori». Per il PLI Benedetto Cottone sostiene che «gli avvenimenti di Avola dimostrano l’esistenza di carenze politiche a vario livello».
Per i missini, Franchi afferma che ad Avola «sono stati messi allo sbaraglio da una parte i lavoratori, dall’altra la pubblica sicurezza» e che ciò «probabilmente non sarebbe accaduto se fosse stato regolamentato il diritto di sciopero».
Per i comunisti, Antonio Piscitiello, premesso di aver partecipato agli avvenimenti, afferma che il prefetto ed il direttore provinciale dell’ufficio del lavoro hanno sostenuto la resistenza degli agrari. Asserisce di aver informato telegralicamente, prima degli scontri, il Ministero del Lavoro sulla situazione drammatica della zona, e di aver ottenuto dal prefetto che la polizia non sarebbe intervenuta. Dichiara che la polizia non sparò per legittima difesa e chiede che vengano puniti i responsabili e disarmate le forze dell’ordine impiegate in simili occasioni. La sparatoria e le vittime di Avola sono una doccia fredda per il paese. Non è la prima volta che i colpi delle armi da fuoco pubbliche riecheggiano dalla Sicilia alle Alpi, ma ora questi colpi esplodono in un momento delicato. La reazione generale è quindi vivace. Dopo il comunicato che rende nota agli italiani la«costernazione» del presidente della Repubblica, il presidente della Camera, Pertini, invia al sindaco di Avola un telegramma di cordoglio a nome dell’assemblea. La commozione e la riprovazione, scrive qualche giornale, suscitate in tutto il paese accomunano le forze politiche. La segreteria della democrazia cristiana chiede una sollecita inchiesta che accerti ogni responsabilità. Il segretario del PSI invia Lupis ad Avola «per collaborare ad ogni accertamento e d’intervento». L’ufficio politico del PCI esprime «sdegno e dolore» ed «attribuisce le cause remote della tragédia alla campagna condotta dalle forze reazionarie contro le lotte in corso nel paese per ottenere migliori condizioni di vita, di lavoro e di studio ed un ampliamento reale della democrazia». Il governo, il parlamento, le segreterie dei partiti mandano ad Avola decine di corone di fiori per i solenni funerali pubblici delle vittime. Il governo invia anche un próprio rappresentante alle onoranze funebri. L’«Avanti!»(4 dicembre 1968) può constatare perciò che «mai si era verificata una così vasta, totale manifestazione di condanna».
Per il giornale socialista:
ciò vuol dire che avvenimenti come quelli che hanno visto ancora una volta il sangue dei lavoratori macchiare le strade e le piazze del Paese non sono piú tollerati. Il ricorso alla violenza, l’uso delle armi contro i cittadini che manifestano per le proprie idee o difendono i propri interessi di lavoro sono metodi che non hanno piú alcun rapporto con la coscienza generale del Paese. Sono dunque metodi da bandire per sempre e questa deve essere la volta in cui il basta degli italiani deve trovare nelle iniziative e nei provvedimenti dei pubblici poteri la dimostrazione che basta per davvero. [8]
Ma «basta per davvero»?Sembra di sì: molti affermano che è necessário un rinnovamento di certi metodi e pratiche sbrigativi ,e chiedono a gran voce il disarmo della polizia. Si badi: non un disarmo generale e totale, ma il disarmo delle forze dell’ordine impiegate «per ragioni politiche e sindacali». Siamo dunque a una svolta?In questo clima proseguono e si concludono le trattative per la formazione del nuovo governo. Il centro-sinistra riprende, dopo una interruzione di pochi mesi, il suo cammino. Nuovi e gravi problemi incombono,e il discorso sull’«ordine pubblico» a poco a poco si attenua, finisce per spegnersi. […]

Note
[1] “I contadini uccisi ad Avola volevano solo trecento lire in più”, “L’Espresso”, 8 Dicembre 1968. Articolo scritto da Mauro de Mauro. Link: http://temi.repubblica.it/espresso-il68/1968/12/08/volevano-solo-trecento-lire-in-piu/?printpage=undefined
[2] “I fatti di Avola”, La voce repubblicana, 4 Dicembre 1968
[3] “La verità su Avola”, Avanti, 8 Dicembre 1968. Link: https://avanti.senato.it/avanti/js/pdfjs-dist/web/viewer.html?file=/avanti/files/reader.php?f%3DAvanti%201896-1993%20PDF/Avanti-Lotto2/CFI0422392_19681208_284.pdf
[4] Tratto da «Il giorno », 4 Dicembre 1968: «Molti affermano di aver udito una voce gridare piú volte: “Sparate”. Giuseppe Maggio, un contadino di 22 anni, racconta come è morto Scibilin:”L’ho visto cadere, poi si è rialzato, è cascato di nuovo. Mi sono accovacciato vicino a lui e gli ho detto che aveva una ferita: ha risposto di no, non sentiva piú niente; aveva un buco nel fianco destro, già nero di sangue. L’abbiamo portato in un posto riparato e ha detto: “Lasciatemi riposare perché sto soffocando.” L’abbiamo messo sulla 500 del sensale Nuzzo Bellomo, che l’ha portato all’ospedale, ma non c’era próprio piú niente da fare». Allo scontro di ieri ha assistito anche un bambino, Paolo Petroncini, di 7 anni: «Ero andato a vedere» dice «quando ho sentito gli spari mi sono nascosto sotto un ponticello; vicino a me c’era Paolo Caldarelli [è uno dei feriti];è arrivato un poliziotto e ci sparau».Ti sei spaventato? Hai pianto? «No» risponde Paolo «io m’ammucciava [mi nascondevo]»
[5] Forcella, «Il giorno», 4 Dicembre 1968:«A una polizia che dimostra di avere il mitra facile non resta che toglierci il mitra. I prefetti, se vogliono dimostrare di poter sopravvivere al riordinamento in corso delle strutture statali (le Regioni,la eventuale abolizione delle Province), debbono imparare a comportarsi diversamente»
[6] Scrive il mensile torinese «Resistenza»(Dicembre1968):
«L’elemento nuovo è stato, questa volta,l’ipocrita partecipazione al dolore dei lavoratori. Parliamo di ipocrisia perché si sono vestiti a lutto persone e organizzazioni che anche nei mesi scorsi hanno incitato la polizia a picchiare gli studenti e gli operai, che hanno guardato con malcelata invídia ai metodi criminali della polizia americana o di quella francese in recenti disordini, che infine negli ultimi anni hanno anche dedicato un occhio distratto a tragedie simili e nel ‘60 hanno sostenuto fino all’ultimo il governo Tambroni, nonostante i morti di Modena e di Palermo.»
[7] Cfr. anche per le citazioni seguenti: Camera dei Deputati, «Bollettino delle Giunte e delle Commissioni parlamentari»,N. 56, 5 dicembre1968.
Link: http://legislature.camera.it/_dati/leg05/lavori/Bollet/19681205_00.pdf
[8] “Perchè non vacilli la fiducia nello Stato”, Avanti!, 4 Dicembre 1968. Link: https://avanti.senato.it/avanti/js/pdfjs-dist/web/viewer.html?file=/avanti/files/reader.php?f%3DAvanti%201896-1993%20PDF/Avanti-Lotto2/CFI0422392_19681204_280.pdf

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PER NATALE NON CHIEDIAMO NULLA, CI PRENDIAMO LE STRADE! BASTA SEGREGAZIONE, VIOLENZA E SFRUTTAMENTO: DOCUMENTI PER TUTTI/E!

Condividiamo e pubblichiamo il comunicato di campagne in lotta

Si avvicina il Natale, le feste e i buoni propositi…e noi oggi, 6 dicembre 2019, apriamo la stagione natalizia ricordandovi che cosa succede nelle campagne italiane. Oggi blocchiamo.

Abbiamo deciso di organizzarci e scioperare ancora una volta e oggi scendiamo in strada uniti e unite, italiani ed immigrati, per rispondere alla repressione, agli sgomberi e alle leggi che ci vogliono sempre più controllati e sfruttati.

Lo facciamo contemporaneamente dalla provincia di Foggia alla piana di Gioia Tauro, due dei territori dove molti di noi lavoratori e lavoratrici delle campagne vivono, e dove troppi di noi sono morti in questi anni a causa della violenza di leggi che ci vogliono segregati, poveri e in silenzio.

Per questo oggi abbiamo deciso di bloccare alcuni degli snodi più importanti di una filiera di sfruttamento che, dai distretti agro industriali ai centri dello shopping consumista, risucchia tantissimi lavoratori e lavoratrici come noi, italiani ed immigrati, in un vortice di precarietà e ricatto.

Solo pochi giorni fa l’ennesimo incendio nell’ex Gran Ghetto di Rignano, in provincia di Foggia, ha distrutto le case di molte persone, e ancora una volta il governo risponde con una tendopoli emergenziale. Nella Capitanata, come nella piana di Gioia Tauro, l’unica soluzione abitativa per chi lavora in campagna sono le tende o la strada, mentre a Rosarno esistono case vuote costruite addirittura con i fondi europei dedicati ai braccianti stagionali. Siamo stanchi di ripeterlo, non possiamo più accettare l’enorme business che lucra sul contenimento e il controllo degli immigrati attraverso campi container, tendopoli e centri di accoglienza. Siamo lavoratori e abbiamo diritto a vivere nelle case, a contratti di affitto regolari e alla residenza!

Ma oggi ci rivolgiamo soprattutto al ministero dell’interno, responsabile delle leggi che ci rendono sempre più precari e sfruttabili. Ad oggi, oltre ad essere praticamente impossibile entrare in Italia in maniera regolare, è anche sempre più difficile rinnovare il titolo di soggiorno. L’entrata in vigore del decreto Salvini ha reso irregolari moltissime persone che prima, pur con grandi difficoltà, riuscivano a vivere e lavorare regolarmente con un permesso di soggiorno di tipo umanitario. Dal momento che le questure e le commissioni territoriali ci hanno detto chiaramente di non poter far nulla perché bloccate dalla legge, oggi usiamo la nostra forza per interloquire direttamente con il governo.

Ultimamente si sta parlando di riformare gli ultimi decreti sicurezza: pensiamo che nessuna riforma possa davvero cambiare la situazione. Vogliamo quindi la regolarizzazione per tutte e tutti attraverso l’abrogazione totale degli ultimi due decreti, la reintroduzione del permesso umanitario, dei flussi per lavoro e le sanatorie; la possibilità di rinnovare il permesso e accedere ai servizi di base anche senza la residenza. A questo proposito abbiamo preparato una piattaforma di rivendicazioni, per portare al dibattito pubblico delle proposte concrete riguardo la legislazione che regola l’immigrazione.

Pur consapevoli di essere l’anello più sfruttato della filiera, sappiamo anche bene di esserne l’ingranaggio principale. Se ci fermiamo noi, si ferma tutto il sistema. Senza la nostra manodopera da dove si ricava profitto?

Vogliamo i documenti e, come ripetiamo da anni, case vere per tutti e tutte, libertà di movimento e la fine di ogni politica e dispositivo di controllo e contenimento.

Oggi dalla Puglia alla Calabria vogliamo farci sentire e allargare il nostro fronte di lotta a tutto il paese: fino a quando non avremo risposte, vi blocchiamo il Natale.

UNITI/e CONTRO SEGREGAZIONE, CONFINI E SFRUTTAMENTO! PER NATALE NON CHIEDIAMO NULLA, CI PRENDIAMO LE STRADE!

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8 Dicembre @Baraccio Catania

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Diversivi e problemi vari

tratto da “L’Agitazione del Sud”, Palermo, Nuova Serie anno XII, n.11-12, Novembre-Dicembre 1968. Articolo firmato da Antonio Cardella.

Campagna di Avola – Sembra un quadro risorgimentale. Nella squallida immobilità di un campo di battaglia ripulito dai resti dei soldati uccisi si aggira un gruppetto di uomini che fruga tacitamente fra pietre ed erbacce come a voler scoprire le cause del dramma cruento. Ma le cause, come sempre, non sono sul posto: l’origine della folgore è sempre molto più in alto della vittima su cui si abbatte. La democrazia parlamentare è disseminata di errori, di discriminazioni, di atti di violenza che scaturiscono dalle stesse strutture su cui mal si regge: essendo popolare per determinazione, borghese per costituzione, capitalista per destinazione.

Qualche settimana è ormai passata dai tragici fatti di Avola e, se dovessimo tener d’occhio l’esigenza dell’attualità, dovremmo discutere d’altro. Ma discutere d’altro con due morti non ancora dimenticati (potenza della memoria!) è francamente difficile.
La penosa storia delle istituzioni delle comunicazioni ufficiali emesse e smentite, il pietismo ipocrita degli ambienti politici ufficiali sono la tragica, ricorrente cornice di eventi come questo frequenti, direi, dalle nostre parti, anche se spesso non è il poliziotto in divisa, legale omicida, a spegnere vite umane, ma la lupara mafiosa, sempre più asservita a torbidi interessi di potere e di sottogoverno.
Si è gridato e si continua a gridare di disarmare la polizia, quasi che in ciò soltanto consistesse il nocciolo della questione. Certo, evitare che uomini armati si trovino ad affrontare operai, contadini e studenti che si battono per condizioni più umane di lavoro e di studio potrebbe essere indicativo di una pressione popolare più forte delle naturali resistenze del potere costituito: ma, appunto, si tratterebbe di una battaglia il cui esito positivo sarebbe certamente utile ma non determinante nella guerra che il proletariato ha ingaggiato con lo Stato e le sue istituzioni.
Altro il discorso se si trattasse di perseguire l’abolizione tout-court della polizia, nella presunzione che il mondo del lavoro è sufficientemente evoluto per amministrare il frutto della propria fatica con criteri di vera equità e di responsabilità, togliendosi finalmente di dosso il peso imponente dei padroni di ogni genere e, quindi, anche delle forze di repressione, che di tali padroni sono di volta in volta i difensori ed i sicari. Occorre, quindi, tornare con i piedi sulla terra e abbandonare i falsi scopi (quale quello del disarmo della polizia), utili al sistema borghese, ma che non risolvono nessuno dei veri problemi sul tappeto. E ancora una volta si tratta di chiarezza di obiettivi. Secondo il nostro modo di vedere, se effettivamente esiste, come esiste, una profonda frattura tra la base e i vertici dell’organizzazione sociale italiana (e non soltanto italiana), è necessario che tale frattura sia evidenziata ad opera di quanti sono alla base della piramide e risultano i naturali destinatari di ogni sopruso.
Ma come fare? I sistemi di lotta del proletariato sono ormai decrepiti, con la aggravante che vengono sistematicamente strumentalizzati dai sindacati al fine non di sovvertire uno stato di fatto dannoso per chi lavora, bensì per sostituire alla oligarchia esistente la propria oligarchia.
Questa verità così lampante per chi riesce a cacciar fuori la testa dai propri piccoli e incomprensibili egoismi, non ha ancora motivato una sola azione degna di un qualche rilievo e abbiamo visto spesso, in questi ultimi tempi, operai e contadini picchiare studenti che pur confusamente, si battevano anche per loro. Del resto, ancora lancinante è il ricordo dell’occasione mancata del movimento operaio francese, a rimorchio di un partito comunista obiettivamente controrivoluzionario e il cui moderatismo ha sortito la conferma del gaullismo e la farsa di aumenti salariali vanificati dall’immediato decollo del costo della vita.
In Sicilia, come dovunque, nulla può cambiare se almeno non si inizia un discorso franco e disincantato tra le varie forze del lavoro, un discorso diretto, non mediato da rappresentanti che sempre meno rappresentano. E le assemblee aziendali così come quelle studentesche, potrebbero essere, appunto, un inizio di discorso nuovo, badando, però, di lottare perchè esse abbiano potere deliberante e non si riducano a semplici riunioni dopolavoristiche, senza alcuna capacità di determinare effettivamente la conduzione produttiva e la ripartizione equa del profitto. A parer mio, poi, la creazione di un organismo orizzontale idoneo a garantire una effettiva partecipazione di tutti gli operai o di tutti i contadini alla vita delle rispettive aziende, servirebbe anche da verifica per riconoscere senza possibilità di dubbio i compagni di lotta da coloro che si spacciano per tali. Dubito, infatti, che i fautori del “partito guida” e del “sindacato onnipotente” aderirebbero ad una iniziativa che, di fatto, svuoterebbe le loro organizzazioni da ogni significato. Naturalmente questa ipotesi di lotta non potrebbe che essere il primo passo soltanto verso la completa autogestione di tutte le attività produttive. Un passo assai significativo, però, perchè servirebbe alla maturazione di esperienze nuove elaborare da tutti, a vantaggio di tutti.

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Haiti: Viv Revolisyon!

Tratto da La Oveja Negra. Boletín de la Biblioteca y Archivo Histórico-Social “Alberto Ghiraldo”, Rosario (Argentina), anno 8, numero 66, Novembre 2019, pagg. 30-31. Pubblicato su Umanità Nova, 1 Dicembre 2019. Tradotto da LaHyena

Nello stesso momento in cui bruciavano le strade dell’Ecuador, Cile e di Hong Kong, il proletariato incontrollato di Haiti stava facendo lo stesso già da tempo. Le stesse forme di lotta: barricate, saccheggi, incendi di aziende o uffici statali, attacchi alle forze dell’ordine. La rimozione dei sussidi per il carburante, come parte delle misure di austerità imposte dall’FMI nel luglio 2018,[1] esplosero in uno stato di rivolta quasi permanente che nelle ultime settimane ha causato la morte di 42 persone.
Dire “incontrollat*” ai nostri fratelli [e alle nostre sorelle] di classe dell’isola caraibica non è un’esagerazione e vediamo il perché.
La popolazione di Haiti sopravvive tra la vendita ambulante e lo sfruttamento [all’interno] delle maquilas[2] tessili o elettroniche. La disoccupazione oscilla intorno al 70%. Nel 2010, le pessime condizioni di vita sull’isola sono state esacerbate da un terremoto del 7° sulla scala Richter. Secondo i dati ufficiali morirono tra le 200.000 e le 316.000 persone. Il paese fu ridotto in macerie. Il Capitale che, come il re Mida, può trasformare qualsiasi cosa in oro, iniziò un’invasione dell’isola per salvaguardare gli investimenti e crearne altri, proteggendo al contempo la democrazia. Insieme alle portaerei statunitensi e con il permesso della casta politica locale, è arrivato anche un intero gruppo di ONG e missionari pentecostali che hanno sventolato la bandiera dell’umanitarismo. In quell’anno si contarono, come quantità, 20.000 ONG,[3] generando investimenti milionari al costo dell’agonia di tutta la popolazione.[4]
La gestione e gli affari previsti nel paese più impoverito del continente non sono esclusivi degli Stati Uniti. In effetti, prima del terremoto, la Repubblica Bolivariana del Venezuela aveva già avviato il suo programma di beneficenza chiamato Petrocaribe nel 2005. Godendo di un boom economico, il governo di Hugo Chavez creò questa entità al fine di inviare petrolio sull’isola. Così [Haiti] avrebbe pagato un 40% del suo valore, rivendendo tale petrolio nel mercato interno, con l’impegno di utilizzare l’eccedenza per progetti infrastrutturali. Ovviamente nulla di tutto ciò accadde. Nel nome della “Grande Patria” dell’una e dell’altra parte si riempirono le tasche. I funzionari bolivariani Bernardo Álvarez (Petróleos de Venezuela S.A) e Pedro A. Canino González (ambasciatore) espressero il loro accordo con l’amministrazione del Petrocaribe, appoggiando le autorità del paese. Ma il peggio stava per arrivare sotto il nome dell’integrazione latinoamericana. Terremoto, profitti a spese della sofferenza, investimenti milionari che non cambiarono nulla.
Gli animi del proletariato iniziarono a riscaldarsi. Ad otto giorni dal sisma furono erette barricate a Port-au-Prince. La stampa diede a conoscere che furono alzate con cadaveri umani,[5] cercando di creare l’immagine di un territorio devastato dai selvaggi. Qualsiasi accenno di ribellione doveva essere interrotto. Né l’ottusità né la pigrizia dell’ONU fecero nulla con la “Missione di pace” nella regione, portando i suoi caschi blu nei Caraibi. La Missione delle Nazioni Unite per la Stabilizzazione ad Haiti (MINUSTAH)[6] – che aveva iniziato la sua prima tappa nel 2004 dopo il rovesciamento del presidente Jean-Bertrand Aristide – avrebbe lavorato nel “paese per adempiere al suo mandato di stabilire un ambiente sicuro e stabile nel quale si potesse sviluppare un processo politico, rafforzare le istituzioni del governo di Haiti, sostenere la costituzione di uno stato di diritto e promuovere e proteggere i diritti umani.”(sic)[7]
La missione, che portò soldati da tutto il mondo, contava la collaborazione di Argentina, Brasile, Cile, Bolivia e Uruguay nel miglior momento del progressismo latinoamericano. Lula Da Silva sarebbe stato il direttore onorario della missione essendo il presidente che ha inviato il maggior numero di effettivi. L’ex ministro della Difesa argentino Agustín Rossi dichiarerà nel 2013, di inviare il maggior numero di assassini: “[L’Argentina] è doppiamente impegnata ad Haiti, come membro della MINUSTAH e anche come fratello latinoamericano.”
Le rivolte e le proteste contro i caschi blu si sono verificate fin dal loro arrivo e sono state represse dalla polizia. Mentre i tanti soldati della “NuestrAmerica” e di altri paesi si incaricavano di fare ciò che meglio sanno: ferire, uccidere, sfruttare sessualmente e stuprare.[8] Con queste violazioni, come in Vietnam, apparvero bambin* orfan* di padri soldati – questa volta però latinoamericani.
Il contingente nepalese portò un ceppo di colera che in 3 anni uccise oltre 8000 persone.[9] Pochissimi alzarono la voce per quest* proletari* massacrat*. Sarebbe fare il gioco alla destra e all’imperialismo? L’intervento umanitario riciclato come MINUSJUSTH (Missione delle Nazioni Unite a Sostegno della Giustizia ad Haiti) si è concluso nel 2017, sostituendo il salvataggio con un altro, il cosiddetto Ufficio integrato delle Nazioni Unite ad Haiti (BINUH).[10]
Il proletariato ad Haiti prende le strade ancora una volta. Lo sta facendo ora, contro la sua stessa borghesia e contro gli invasori della democrazia, indipendentemente dal fatto che siano ONG con dottori ben intenzionati, missionari, funzionari bolivariani o soldati yankee o argentini. Come in tutte le latitudini esplode la rivolta e come in tutto il mondo manca la rivoluzione.
Haiti, come il Cile, sono territori di sperimentazione sociale. Lo sanno gli/le abitanti delle favelas del Brasile. Dopo il massacro nei Caraibi, le armi furono usate contro gli abitanti delle colline. L’unità di pacificazione della polizia è nata in parallelo con la MINUSTAH e prese lezioni da essa.
Per questo la rivoluzione non è un bel sogno: è una dannata necessità. L’internazionalismo non è un motto umanista ma una condizione per mandare questo sistema all’inferno.
Gli/le antenat* schiav* degli/delle haitian*, tra il 1791 e il 1804, si ribellarono e giunsero al massacro di tutti i padroni dell’isola, sconfiggendo l’esercito napoleonico.[11] Il ricordo dei cimarroni [12] è ancora vivo in quelle bande incontrollate di machete, pietre e barricate che sorgono dai quartieri di Port-au-Prince.

Note del traduttore e de La Oveja Negra

[1] Nel Febbraio 2018, il FMI e il governo di Haiti giunsero ad un accordo per uno “Staff-Monitored Program.” (SMP), una politica fiscale volta a concentrarsi “sulla mobilitazione delle entrate e sulla razionalizzazione delle spese correnti, per fare spazio agli investimenti pubblici critici in infrastrutture, sanità, istruzione e servizi sociali. Ciò includerà misure per migliorare la riscossione e l’efficienza delle tasse e per eliminare sovvenzioni eccessive, incluso il carburante al dettaglio. Link: https://www.imf.org/en/News/Articles/2018/02/26/pr1868-haiti-imf-staff-reaches-staff-level-agreement-with-haiti-on-smp
[2] Le maquilas o maquiladoras sono quegli stabilimenti di produzione che importano e assemblano per l’esportazione. L’accordo consente ai proprietari degli impianti di beneficiare di manodopera a basso costo e di pagare dazi solo sul “valore aggiunto”, ovvero sul valore del prodotto finito meno il costo totale dei componenti che erano stati importati per realizzarlo. La stragrande maggioranza dei maquiladoras sono di proprietà e gestiti da società messicane, asiatiche e americane.
[3] Fin dalla fine degli anni ’90 la Banca Mondiale riportava una presenza massiccia di ONG ad Haiti a causa della corruzione e inadempienza dell’amministrazione statale haitiana. Vedasi Haiti: NGO sector study (1997) e Haiti: The challenges of poverty reduction,Vol 2: Rural poverty in Haiti (1998)
[4] Le donazioni di denaro inviate alle ONG operanti ad Haiti – specie dopo il terremoto – vennero utilizzate da molte delle dirigenze di queste Organizzazioni per pagarsi gli stipendi e vacanze. Link agli articoli: https://fpif.org/are-foreign-ngos-rebuilding-haiti-or-just-cashing-in/
; https://www.propublica.org/article/how-the-red-cross-raised-half-a-billion-dollars-for-haiti-and-built-6-homes
[5] La stampa internazionale – italiana compresa – riportò questa notizia per sottolineare in modo non troppo velato come ad Haiti vi fossero un branco di selvaggi da rieducare velocemente. Link degli articoli: https://www.lastampa.it/esteri/2010/01/15/news/cadaveri-e-violenze-orrore-ad-haiti-1.37028725 ; https://www.notimerica.com/sociedad/noticia-organizan-barricadas-cadaveres-fallecidos-haiti-protesta-ausencia-ayuda-humanitaria-20100115081329.html ; https://lta.reuters.com/articulo/latinoamerica-sismo-haiti-barricada-idLTASIE60D1NH20100114
[6] Link: https://minustah.unmissions.org/
[7] Link: https://peacekeeping.un.org/es/mission/minustah
[8] Gli stupri e violenze fisiche dei caschi blu verso le donne haitiane generò un enorme scandalo a livello internazionale. Link degli articoli: https://www.independent.co.uk/news/world/americas/un-haiti-peacekeepers-child-sex-ring-sri-lankan-underage-girls-boys-teenage-a7681966.html ; https://apnews.com/792ea15f447d45ed940a6b537c3cf608/Exclusiva-AP:-cascos-azules-dejan-v%C3%ADctimas-sexuales-en-Hait%C3%AD
[9] L’origine dell’epidemia venne scoperta grazie alle indagini del giornalista Jonathan M. Katz e dell’epidemiologo Renaud Piarroux. Gli studi di Piarroux sono stati citati nel libro dell’epidemiologo Ralph R. Frerichs, Deadly River: Cholera and Cover-Up in Post-Earthquake Haiti. Link dell’articolo di Katz: https://www.nytimes.com/2016/08/19/magazine/the-uns-cholera-admission-and-what-comes-next.html
[10] Link: https://binuh.unmissions.org/en
[11] Per conoscere meglio la lotta del proletariato nero schiavizzato negli Stati Uniti e nei Caraibi, raccomandiamo il libretto The Hydra and The Dragon; è uno studio storico sui metodi di organizzazione fatto da Russell Maroon Shoatz. Maroon Shoatz era un membro fondatore del Black Panther Party. Il libretto mantiene uno sguardo critico verso quelle concezioni militariste marxiste-leniniste dell’organizzazione. Link: https://theanarchistlibrary.org/library/russell-maroon-shoats-the-dragon-and-the-hydra
[12] L’origine del termine “cimarrón”, secondo il filologo cubano José Arrom, deriva da un termine nativo delle antille e significa “fuggitivo.” Come spiegato nel saggio di Arrom, “Cimarrón: apuntes sobre sus primeras documentaciones y su probable origen”, il termine veniva utilizzato nell’isola di Hispaniola (dove sorgono oggi giorno gli Stati di Haiti e Repubblica Dominicana) per indicare dapprima la fuga del bestiame e, successivamente, la fuga delle popolazioni native e degli/delle schiav* african*. Link del documento di Arrom: https://core.ac.uk/download/pdf/38844643.pdf

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Dibattito sul Nicaragua: Precisazioni&Risposta

Articolo comparso su Umanità Nova, 17 Novembre 2019. Firmato Mauro de Agostini e LaHyena.

Precisazioni di Mauro de Agostini
Nell’articolo (per altri versi ottimo) di LaHyena, “Nicaragua-Cile La democrazia in azione” (Umanità Nova 31/2019) leggo alcune semplificazioni sul Nicaragua che richiedono di essere precisate.
“Con l’affermazione di Ortega Saavedra e del Frente Sandinista de Liberaciòn Nacional – scrive infatti LaHyena – nelle lezioni del novembre 1984, il Nicaragua ha avviato un processo di ripresa economica dopo i disastri provocati dalla dittatura dei Somoza”.
Un lettore poco attento o poco informato sulla storia di quel paese potrebbe pensare che il passaggio dalla dittatura all’attuale governo del FLSN sia avvenuto nel 1984. La realtà è però decisamente molto più complessa.
Il regime dittatoriale di Anastasio Somoza (ultimo esponente di una vera e propria dinastia) venne abbattuto da una rivoluzione popolare guidata dal FSLN nel lontano 1979. Il Frente Sandinista (che si richiamava nel nome al guerrigliero antimperialista Augusto Sandino, assassinato negli anni trenta del Novecento) una volta al potere avviò diverse riforme: una riforma agraria con la redistribuzione di parte dei latifondi, un ampio processo di alfabetizzazione, la riforma sanitaria.
Umanità Nova dell’epoca dà conto in diversi articoli delle contraddizioni di questa rivoluzione: da una parte un ampio consenso popolare, dall’altra una strutturazione verticistica del potere in cui tutte le decisioni erano assunte dal ristretto nucleo dei “Comandanti della Rivoluzione”. Ovvia l’ostilità delle classi dominanti e l’intervento degli USA che si impegnarono a fondo per abbattere il nuovo governo. Venne imposto l’embargo economico e finanziata una contro-guerriglia (i “Contras”). Altrettanto ovvio l’appoggio di Cuba al FSLN.
Dopo aver vinto alla grande le elezioni del 1984 il FSLN perse di misura le elezioni del 1990 vinte da una coalizione di partiti sostenuti dagli USA e guidata da Violeta Chamorro. Vale la pena di ricordare che la Chamorro, proprietaria del quotidiano La Prensa era vedova di un giornalista assassinato da Somoza ed aveva partecipato all’opposizione al dittatore, senza però condividere le tinte “socialisteggianti” del FSLN.
Ovviamente il nuovo governo si affrettò a smantellare le riforme sandiniste, aprendo il paese agli USA ed al capitale straniero. Arriviamo così alle elezioni del 2006 quando il FSLN, ora guidato dal solo Daniel Ortega Saavedra (ultimo rimasto degli antichi “Comandanti della Rivoluzione”) torna al potere.
Il FSLN del 2006 è però ben diverso da quel che era stato oltre venticinque anni prima! Ormai la sete di potere ha prevalso su tutto, i vecchi ideali sono stati accantonati, la lezione è stata ben appresa. Per rimanere al governo bisogna genuflettersi alla volontà degli Stati Uniti e del capitale internazionale.
Particolarmente vistosa la trasformazione di Ortega, da coraggioso guerrigliero a tirannello disposto a massacrare il suo stesso popolo pur di mantenersi al potere. Una trasformazione che non sorprende certo gli anarchici che l’hanno denunciata in centinaia di casi simili e che è la normale conseguenza della gestione del potere statale. Ormai, come ben ricorda LaHyena “Ortega y Somoza son la misma cosa”.

Risposta di LaHyena
Ringrazio Mauro per le precisazioni riportate nel suo breve articolo; spiegherò adesso alcuni passaggi che mi hanno portato a “semplificare determinate cose”,
Quando riporto che il FSLN e Ortega Saavedra avviarono un processo di ripresa economica, mi rifaccio in particolare ai dati economici – specie storici – riportati dal Fondo Monetario Internazionale (vedasi nota 3). Qualcuno – compreso Mauro – può storcere giustamente il naso per l’utilizzo di tale fonte. Però questi dati economici storici sono una mera indicazione del lavoro di ristrutturazione economica borghese dei tempi (cominciato con la Junta de Gobierno de Reconstrucción Nacional (1979-1985)).
Come scritto nella nota 11: “Il varo di leggi contro lo sciopero e di potenziamento dell’esercito (grazie ai contributi sovietici e cubani) servirono, ufficialmente, per impedire agli Stati Uniti di Reagan e i suoi alleati Contras di abbattere il governo democratico. In realtà questi leggi servirono per dare linfa vitale alla borghesia, anche a costo di passare sulle popolazioni native e sui/sulle lavoratori/lavoratrici.”
Le leggi che ho citato sono per la precisione la “Ley de Estado de Emergencia Economica y Social”[1] e la “Ley del Servicio Militar Patriòtico” (SMP) n. 1327 del 13 Settembre 1983.[2]
Questi due esempi servono a comprendere la virata che avevano preso non solo i sandinisti ma tutti quelli che erano dentro il governo di transizione. Una virata dettata dalle azioni dell’amministrazione Reagan e dei Contras nel destabilizzare il Nicaragua – e sottolineo “ovviamente” perché sarebbe da stupidi negare le azioni statunitensi – ma anche, ripeto, nel ricostruire l’economia di un territorio depredato e distrutto dalla famiglia Somoza in 40 anni di dominio. Le contraddizioni così manifestate – giusto per citare Mauro – vennero riportate su Umanità Nova e anche in giornali e riviste come Volontà (con un numero specifico nel 1985), Le Monde Libertaire, Courant Alternatif e Anarchismo Rivista.
Riguardo Umanità Nova, riporto quello che scrisse nel 1987 Xavier Melville (all’epoca membro del Gruppo Pierre Besnard di Parigi) nell’articolo “Effervescenza in Nicaragua. Speculazione e mercato nero spingono i lavoratori all’autoorganizzazione nelle città e sui posti di lavoro”:[3]
“(…) Il presidente Ortega ha indicato le posizioni del FSLN in campo economico per il 1987 in un incontro con gli organismi interessati (29 Gennaio). ‘Ci sono compagni che pensano che non c’è rivoluzione in Nicaragua perché esiste un settore privato. Per essi bisogna farla finita con i padroni e confiscare le proprietà di tutti i produttori privati, ma questa è una posizione equivoca, estremista (…) le rivoluzioni non si compiono meccanicamente. Noi facciamo una rivoluzione che corrisponde alla nostra specifica realtà. I padroni hanno le loro posizioni ed il diritto di esprimerle come stanno facendo oggi. Noi abbiamo stabilito nella Costituzione il pluralismo politico, l’economia mista e il non allineamento. Noi rispettiamo ciò e non per opportunismo. Se i problemi economici di questo paese si potessero risolvere con la semplice eliminazione dei produttori privati, noi lo avremmo fatto. (…)”
Alla luce di questo report di Melville sono passati solo 2 anni da quando Ortega Saavedra vinse le elezioni, confermando, insieme alle due leggi citate in precedenza, l’andazzo che vi era all’epoca ed è per questo che non mi trovo d’accordo su questo pezzo della precisazione di Mauro:
“Ma il FSLN del 2006 è ben diverso da quel che era stato oltre venticinque anni prima! Ormai la sete di potere ha prevalso su tutto, i vecchi ideali sono stati accantonati, la lezione è stata ben appresa. Per rimanere al governo bisogna genuflettersi alla volontà degli Stati Uniti e del capitale internazionale.”
Pur non avendo vissuto quel periodo storico – io sono nato nel 1986 – capisco come molti compagni, ai tempi, sostennero la lotta sandinista contro un regime clientelare, militare e familistico come quello dei Somoza – regime denunciato a più riprese ne L’Adunata dei Refrattari o in Solidaridad Obrera tra gli anni ’50 e ’60. Non cadiamo però nell’errore di credere che il FSLN si sia genuflesso al FMI e alla Banca Mondiale solo nel 2006; come ho mostrato, il FSLN prima dentro la Junta e dopo “in solitaria” al potere, ha semplicemente normalizzato e pacificato un territorio, dando qualche contentino (riforma agraria ed alfabetizzazione) passando sulla pelle di lavoratori, lavoratrici, popolazioni native (come i Miskitos), donne e soggettività non eterosessuali.

Note
[1] Link: http://legislacion.asamblea.gob.ni/normaweb.nsf/($All)/FF9D498D7D9C8A91062570A10057CDC4?OpenDocument
Come riportato dal giornale comunista internazionalista El proletario. Partido Comunista Internacional nell’articolo “Nicaragua. Prohibido el derecho de huelga” (numero 12, Settembre-Dicembre 1981, pagg. 1 e 3), si denunciava come l’Articolo 3 f della Ley de Estado de Emergencia Economica y Social impedisse lo sciopero e, quindi, tenesse al laccio i/le lavoratori/lavoratrici.
[2] Link: http://legislacion.asamblea.gob.ni/normaweb.nsf/($All)/4316A8EDC3B3CC37062570D50076E915?OpenDocument
[3] L’articolo apparve su Le Monde Libertaire e tradotto e pubblicato in italiano su Umanità Nova del 17 Maggio 1987.

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Cile. La violenza politica sessuale: strumento repressivo in dittatura e in democrazia

Articolo comparso su Umanità Nova, 10 Novembre 2019. Tradotto da Klaus

Tratto da El Sol Àcrata. Periòdico Anarquista, numero 5, Cile, anno VIII, Ottobre 2019, pag. 3.

Gli ultimi giorni dell’Estado de Emergencia hanno registrato 1692 persone arrestate, 226 ferite, 5 uccise per presunte azioni da parte degli agenti statali e 3 denunce di violenza sessuale. Questi sono solo i dati ufficiali registrati dall’Instituto Nacional de Derechos Humanos (INDH).[1] E sono questi: dati. Molti altri sono i racconti che mostrano la brutalità delle forze repressive. Questo sabato[2] Pamela fu arrestata in un caceroleo con suo padre nel settore di San Isidro. Dirett* verso la stazione di polizia, uno degli agenti di polizia ha minacciato di aggredirla sessualmente, gridando “vediamo se ti piace nel culo!”.[3]
Domenica 20 ottobre, un’altra donna è stata arrestata dal personale della Escuela de Telecomunicaciones dell’Esercito all’interno di un supermercato Acuenta del comune di Peñalolen.[4] Insieme ad altre persone è stata legata con lacci di plastica, costretta a sdraiarsi a faccia in giù sulla spazzatura, mentre le puntavano una pistola in faccia, minacciandola di sparare se si muoveva. Con l’arma toccavano il suo corpo, mentre registravano la situazione tra prese in giro e minacce di penetrazione con il fucile.[5]
L’orrore e la rabbia nel sentire queste testimonianze, ci ricordano le tante storie di crimini sessuali commessi contro le donne durante la dittatura[6] – che fino ad oggi sono ancora in vigore. Ma questi anni di democrazia – che non è stata altro che la dittatura del capitale – le donne sono state tormentate in vari contesti con le molestie sessuali delle forze repressive dello Stato. Nel marzo di quest’anno, i carabineros de civil, Rubén Gálvez Albarrán e Bastián Rojas Norambuena violentarono una donna a Punta Arenas. Entrambi furono licenziati ma in agosto le indagini vennero chiuse, indicando che non c’erano più le basi per provare il crimine che ella stessa aveva denunciato il giorno dopo l’accaduto – un episodio che dovette riferire più volte solo per ottenere l’indifferenza del sistema giudiziario.[7]
Carezze, denudazioni in caserma, insulti e minacce di molestia sessuale e stupro: la violenza politica nei confronti delle donne si è mantenuta costante. Lo Stato è patriarcale e lo sono anche le sue istituzioni repressive, indipendentemente dal fatto che siamo in democrazia o in dittatura. Si tratta di un’aggressione differenziata nei confronti dei corpi e della sessualità delle donne, esercitata come pratica sistematica ed esplicita. Non sono atti insignificanti; non commettono errori, nemmeno se esagerano. È un meccanismo di controllo e subordinazione.
Cercano di imprimere nel corpo un castigo, registrando nella sua memoria una sanzione che pretende di essere trasmessa di generazione in generazione, perpetuando la paura come avvertimento per rimanere nel posto assegnato. Molestano i nostri corpi che non si sottomettono al mandato sociale. Molestano la doppia ribellione; contro il suo modello economico di precarietà – che ruba le nostre vite – ed il suo ordine di dominio che è sostenuto solo a nostre spese e contro di noi. Per questo il castigo si dirige alla sessualità: per ricordarci qual è il posto assegnato ai nostri corpi dal loro ordine, quel luogo di subordinazione dal quale abbiamo lottato tanto per uscire. In tempi di terrorismo neoliberista e militarizzazione di territori, dobbiamo ricordare più che mai che la violenza politica sessuale è stata – e continua ad essere – uno degli strumenti repressivi centrali dello Stato contro le donne;[8] ecco perché dobbiamo raggrupparci, aiutarci e difenderci tra di noi.

Note del traduttore
[1] I dati dell’INDH si riferiscono alla giornata del 22/10/2019 (come riportato dai siti di Telesurtv e della CNN-Chile. Link: https://www.telesurtv.net/news/chile-protestas-represion-policial-criminalizacion-manifestantes-20191022-0036.html; https://www.cnnchile.com/pais/fiscalia-identidades-personas-muertas-indh-querellas-agresiones_20191022/ )
[2] Fatto avvenuto il 19 Ottobre 2019.
[3] Link: https://www.eldesconcierto.cl/2019/10/21/asi-las-reprimen-en-estado-de-excepcion-mujeres-denuncian-golpizas-humillaciones-y-amenazas-de-violacion/
[4] Come riportato da biobiochile, l’Esercito del Cile ha detto che “saremo implacabili di fronte al vandalismo che sta distruggendo la nostra infrastruttura critica e vitale per la popolazione”.
Link: https://www.biobiochile.cl/noticias/nacional/region-metropolitana/2019/10/20/video-muestra-a-50-saqueadores-en-el-piso-llorando-tras-ser-detenidos-por-el-ejercito-en-penalolen.shtml
[5] “Amenazaron con penetrarla con el fusil”: INDH denuncia grave actuar de militares contra mujer.
Link: https://www.24horas.cl/nacional/amenazaron-con-penetrarla-con-el-fusil-indh-denuncia-grave-actuar-de-militares-contra-mujer-3675606
[6] Nell’“Informe de la Comisión Nacional sobre Prisión Política y Tortura” – commissione istituita nel 2003 con il decreto numero 1040 – viene riportato come le donne fossero oggetto di violenze sessuali. Parte di questa informativa è stata ripresa nel libro del giornalista Daniel Hopenhayn, Así se torturó en Chile (1973-1990).
Link del decreto numero 1040: https://www.leychile.cl/Navegar?idNorma=217037&idVersion=2005-03-17
Link dell’Informe (pagg. 251-259): https://bibliotecadigital.indh.cl/handle/123456789/455
[7] Link: https://www.eldesconcierto.cl/2019/10/15/la-denuncia-de-violacion-contra-dos-carabineros-que-remecio-puerto-natales/
[8] Il caso di Daniela Carrasco rispecchia quanto detto: in nome di un controllo etero-patriarcale dei corpi delle donne, Carrasco è stata torturata, stuprata ed assassinata dai militari. Il suo corpo è stato impiccato davanti al Parque Jarlan di Santiago del Cile per intimorire – secondo il Colectiva Feminista de lo Espejo – gli abitanti (specie le donne) nel ribellarsi. Anche la rete Ni Una Menos e la Red de Actrices Chilenas hanno accusato il governo e i militari della morte della donna.

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