“Con l’acqua alla gola” Appunti per uno studio sulla ristrutturazione borghese in Sicilia

 

Presentazione

Nell’ultimo anno e mezzo la Sicilia ed il territorio di Catania hanno visto la presenza di una serie di interventi di varia natura. La rivalorizzazione delle risorse sfruttabili presenti nell’isola, l’utilizzo di fondi provenienti dall’Unione europea, gli investimenti di privati e pubblici e le azioni dei blocchi di potere locali, in particolare delle città principali, ridisegnano la geografia economica e sociale.
Questo ci è sembrato un chiaro tentativo di ristrutturazione attuato dalle classi borghesi siciliane e dalla spartizione di risorse con vari altri poteri.
Nella “nuova” Città Metropolitana di Catania gli sgomberi effettuati nell’ultimo anno all’interno del quartiere di San Berillo e il progetto di creazione di Zone Economiche Speciali sono tra gli strumenti, non gli unici sia ben chiaro, di una strategia di gentrificazione e ristrutturazione.
Abbiamo deciso di parlarne dividendo il testo in due parti:
-nella prima parte sono presenti le informazioni relative a quanto accaduto fino a Marzo 2018;
-nella seconda parte vi è un aggiornamento del contenuto e delle informazioni fino ad Aprile 2019 che include anche alcune riflessioni risalenti a testi, opuscoli ed articoli usciti precedentemente.


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Incontro sul subvertising (4 Maggio)

Noi organizziamo solo il detonatore: l’esplosione libera dovrà scapparci per sempre, e scappare a qualsiasi altro controllo” (L’Internationale Situationniste)

Siamo talmente immersi nella promozione e pubblicità da non vederla; la accettiamo incondizionatamente, senza riflessione e senza opposizione. Le multinazionali invadono i nostri spazi, occupano strade, muri, palazzi e pezzi di cielo con messaggi ridondanti e miranti a soddisfare quelli che loro reputano i nostri bisogni.
Riprendersi questi spazi significa, letteralmente, impossessarsi dei cartelloni, dei manifesti, delle strade e di tutti quei luoghi che le società pubblicitarie e le multinazionali hanno tolto alle comunità. Lasciandoci spettatori passivi, in mondo spettacolarizzato.
Occorre quindi sviluppare un sabotaggio.
Nascono così il Subvertising, letteralmente il sovvertimento della pubblicità, ed il Brandalism, il vandalismo del brand, forme di ribellione artistiche e politiche di ripresa degli spazi. Strumenti che, come teorizzava Guy Debord, permettono al proletariato di ritornare ad essere elemento attivo e non passivo in questa società dello spettacolo.
Da consumatori di merce a individui.

Il 4 Maggio presso il Teatro Coppola – Teatro dei cittadini di Catania, che si ringrazia per l’ospitalità, si è svolto incontro organizzato dal Gruppo Anarchico Chimera proprio sul tema del Subvertising. Ospiti della serata sono stati diversi artisti, in particolare Hogre, Ceffon, Illustre Feccia, Illusione Felice e dalla Gran Bretagna Matt, gli Special Patrol Group e Michelle.

Affrontando l’argomento della nascita e della successiva forte influenza dell’ “Internationale Situationniste” sul maggio francese, si è affermato che i manifesti prodotti in quella importante fase storica hanno notevolmente contribuito alla diffusione e al successo delle lotte francesi, e che hanno influenzato anche altri momenti di lotta in Europa.
Non è un caso la finta prima pagina del quotidiano Paese Sera con la foto di Tognazzi arrestato e definito il capo delle BR, creata dal quel capolavoro che era Il Male nel lontano 1979 e che fece scalpore venendo citata dai TG dell’epoca.

Il Situazionismo riaffiora, sporadicamente, in tanti altri piccoli episodi che riescono a creare situazioni imbarazzanti anche a livello internazionale, come la famosa telefonata tra Reagan e la Thatcher creata e diffusa ad arte dai Crass, in cui i due ammettevano crimini di guerra. Viene persino citato nei film, come in “Essi Vivono” diretto da Carpenter( 1988), gioiello di fantascienza, in cui il protagonista riesce a leggere i messaggi subliminali contenuti nei cartelloni pubblicitari.

Finito, tuttavia, il gran periodo di lotte sociali e politiche degli anni 60/70, il situazionismo scompare dalla lotta politica. Siamo in piena normalizzazione.
Agli inizi degli anni ’90, in particolare in Australia e Stati Uniti nascono le grandi lotte contro la pubblicità di sigarette che hanno portato alla eliminazione dei manifesti pubblicitari, delle pubblicità in TV e successivamente ad una delle leggi antitabagismo più severe al mondo.

Nasce l’ampio movimento detto del Cultural Jamming. Il Détournement ritorna in auge. Artisti politicamente attivi realizzano che la pubblicità in strada può essere sostituita con uno strumento di comunicazione che veicola messaggi politici, mediante ironia, o mediante affermazioni chiare e dirette. Mentre le corporation investono ingenti capitali per farsi pubblicità e costruirsi un’immagine, i culture jammers, non disponendo di tali risorse, utilizzano l’energia del nemico stesso per disfarne i messaggi. Una “contropubblicità” ben fatta fa il verso alle immagini e al timbro di un certo spot, provocando la classica reazione a scoppio ritardato nel pubblico, che si accorge di trovarsi di fronte l’esatto opposto di quel che si aspettava. Una “contropubblicità” è un potente esplosivo. Spezza l’ incanto costruito dalla realtà mediata e, per un attimo, svela in maniera chiarissima il triste spettacolo che questa nasconde. La controcomunicazione funziona secondo i modelli operativi tipici della comunicazione pubblicitaria: la presenza del logo, l’appropriazione di identità di corporate, l’impiego di strategie di marketing.
In genere tre sono le tecniche utilizzate: lo sniping, il fake, il collage.

Lo sniping è una forma di terrorismo artistico. I suoi adepti, gli snipers, sferrano attacchi a colpi di bombolette spray; la loro specialità è un insidioso inserimento di segni e simboli nello spazio pubblico. Essi cambiano, correggono o spiegano i contenuti spesso latenti di manifesti, monumenti, insegne e simili o anche “détournano” muri e facciate di edifici in apparenza privi di contenuto per mezzo dei graffiti. Il termine inglese ‘sniping’ significa anche spezzettare.
Lo ‘sniper’ opera con interventi grafici o testuali, spesso frammentari. Utilizza il materiale reperito sul terreno, lo completa o lo deforma con frammenti di testo, con simboli o immagini.

Il fake costituisce una delle attività predilette dai culture jammers. Si tratta di creare falsi, imitando efficacemente la voce del potere, con una miscela di imitazione, invenzione, straniamento ed esagerazione del suo linguaggio.
È un mezzo strategico che vuole portare alla luce le strutture discorsive nascoste e introdurre interpretazioni sovversive nei testi e nel linguaggio del potere.
Alla base della sua tattica un paradosso, da un lato dovrebbe essere il meno possibile riconoscibile (la falsificazione deve essere ottima), ma allo stesso tempo deve avviare un processo di comunicazione in cui divenga chiaro che l’informazione era falsa: il fake pertanto deve essere scoperto.
Gli Special Patrol Group in questo ambito sono unici. Lo stesso nome del loro gruppo (la Special Patrol Group era una forza di polizia finalizzata a reprimere e contrastare i disordini pubblici) è un fake mirabolante. Come sono le loro azioni che hanno messo in seria difficoltà le autorità di pubblica sicurezza come Scotland Yard. Qui un loro manifesto usato per metterli in ridicolo e per comunicare dei messaggi chiari e diretti contro le politiche di repressione da parte della polizia britannica.

Nel 2014 la contro-campagna della SPG creò forte imbarazzo nei confronti dell’autorità di Pubblica Sicurezza, proprio perché utilizzando dei fake permetteva alle persone di concentrarsi su messaggi in evidente contrasto con i manifesti originali. Ancora oggi i membri della SPG sono ricercati in Gran Bretagna.
Il testo del manifesto tradotto in italiano qui riportato, è il manifesto politico della SPG.

Su loro esplicita richiesta e grazie alla traduzione di Cesare Basile, è stato prodotto il testo in siciliano, proprio per permettere a chiunque di leggerlo e di comprendere le motivazioni dell’azione chiamata #RubaQuestoPoster.

Infine come ulteriore tecnica, non meno efficace, è il collage, una tecnica formale, sviluppata all’interno del cubismo.
Il suo obiettivo originario è quello di confondere i naturali modelli di percezione della realtà. Nel collage, infatti, elementi dipinti e incollati non sono più distinguibili a prima vista. Oggetti e materiali vengono collocati in un nuovo contesto e privati del loro senso originario, attraverso una diversa interpretazione e un utilizzo che ne altera il senso. Le tecniche del collage dovrebbero produrre una poetica del diverso e dell’incoerente, pertanto è necessario che gli elementi utilizzati vengano combinati in un prodotto semanticamente ambiguo.

Qui il manifesto prodotto durante il laboratorio che permette di comprendere bene l’efficacia di questo strumento. A fianco il manifesto originale.

Ma la lotta contro le Multinazionali e le loro pubblicità non avviene solo contro i manifesti stradali.
Nascono, infatti, collettivi che iniziano a diffondere fake video, alcune talmente particolari che attirano l’attenzione dei media. Come nel caso della campagnia virale TonyisBack che utilizza il Brand della Kellogg’s Tony the Tiger.

In conclusione il manifesto più divertente ma anche il più politicamente interessante è il successivo in quanto esprime il desiderio degli SPG di condividere le informazioni in modo da permettere a tutti di hackerare uno spazio pubblicitario.

Grazie a queste informazioni il dibattito ha affrontato diversi temi come la distinzione tra guerriglia marketing e creare memes rispetto al Subvertising. Ma soprattutto gli artisti in pieno spirito Situazionista hanno ammesso che nel momento in cui le Multinazionali dovessero utilizzare modalità e tecniche del subvertising, sarà giunto per loro il momento di cambiare strategia alzando il livello. Si è ribadita, quindi, la necessità per ora di hackerare i manifesti delle multinazionali proprio per svelarne il velenoso messaggio, creando una comunicazione slegata rispetto a quella delle corporation. Questo desiderio di diffondere le pratiche è stato il fine stesso del laboratorio svoltosi il 5 maggio, durante il quale, con l’aiuto ed i suggerimenti di questi artisti sono state condivise e praticate le varie tecniche per poter effettuare azioni di subvertising.

Un paese con i muri puliti è indice di un popolo muto

Un grazie infinito ad Hogre, Illustre Feccia, Illusione Felice, Ceffon, Matt, Michelle e gli Special Patrol Group per aver condiviso il loro agire e la loro stupenda umanità.

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Venezuela: opportunisti e imbecilli al lavoro

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Introduzione

“Mai la merce sfamerà l’uomo” (cit. Amadeo Bordiga)

Nell’Introduzione dell’opuscolo “La campagna elettorale permanente” veniva scritto come “le parole sono uno dei mezzi con cui avviene la nostra comunicazione […] attraverso l’importanza e la significanza che diamo a queste, riusciamo ad interpretare la realtà che viviamo”. Le operazioni che ci portano allo sviluppo di uno o più linguaggi sono date dalle classificazioni e memorizzazioni delle parole.
Gli eventi che portano allo sviluppo di questi linguaggi derivano dai fenomeni che, in un’analisi materiale del mondo, sono percepiti attraverso i sensi.
In un ambito sociale umano, i fenomeni e i linguaggi non sono mai neutri ma influenzati sia dalla nostra visione del mondo che dalla conformazione stessa della società. Non è, quindi, solo il discorso delle parole utilizzate da mass media, politici e/o intellettuali ma anche dalle azioni pratiche aziendali e repressive all’interno della società.
Un caso che rispecchia tutto questo è il Venezuela o República Bolivariana de Venezuela, uno Stato del Sudamerica che fonda principalmente la sua economia sul petrolio (giacimenti concentrati nella Fascia dell’Orinoco) oltre che sul gas naturale e risorse minerali.
Nell’età del petrolio (giusto per citare il titolo di un opuscolo dei Los Amigos de Ludd), un territorio del genere fa gola a multinazionali e governi, diventando un vero e proprio territorio di conquista.
Sarebbe però un’analisi incompleta e simil-vittimista questa in quanto verrebbero de-responsabilizzate le azioni della burocrazia e della borghesia locale.
Le logiche del profitto in Venezuela, negli ultimi 60 anni, hanno portato ad alleanze politiche interne come il “Pacto de Puntofijo” o “Alternaciòn Bipartidista” (1958-1999circa) e alle modifiche della Costituzione Repubblicana (1961 e 1999) per cercare di mantenere stabile il potere politico ed economico.
Un tentativo di stabilizzare politicamente ed economicamente il territorio venezuelano lo troviamo con la creazione della Petróleos de Venezuela Sociedad Anònima (PDVSA) -azienda petrolifera di Stato nata nel 1975- e il ruolo che ha all’interno dell’OPEC.
Come scritto da Rafael Uzcátegui nel libro “Venezuela: la Revolución como espectáculo. Una crítica anarquista al gobierno bolivariano”, i ruoli della PDVSA e dei governi venezuelani sono sempre stati funzionali a mantenere i buoni rapporti con le aziende petrolifere straniere (in modo da evitare eccessive intromissioni straniere nel territorio venezuelano) e a finanziare economicamente misure welfaristiche per mantenere (e rendere succube tramite queste rendite petrolifere) la popolazione.
È chiaro che in un modello socio-economico basato sullo sfruttamento, sull’alienazione e sul guadagno, misure del genere siano dei palliativi. Se a questo aggiungiamo come gli andamenti dei mercati mondiali petroliferi si basino su contrattazioni e speculazioni di ogni sorta, possiamo immaginare l’effetto sociale qualora avvenga un calo dei prezzi del suddetto materiale.
Gli eventi di protesta degli ultimi 30 anni (Caracazo o Sacudón del Febbraio 1989, i falliti colpi di Stato del 1992 e del 2002 fino ad arrivare alle proteste iniziate nel 2013 e culminate con il potere presidenziale diviso in due parti (Maduro e Guaidó)) hanno portato la burocrazia e la borghesia venezuelana ad affinare le proprie armi nel mantenere i propri privilegi e reprimere chi non si schiera su uno dei due fronti in lotta.
La retorica dell’intervento esterno è un’arma usata da ogni potere dominante indebolito da crisi sociali ed economiche. E il Partido Socialista Unido de Venezuela riesce in tutto questo, trovando alleate/i nel cosiddetto mondo occidentale.

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In memoria di Gianni Costanza

Esprimiamo le nostre più sentite condoglianze per la scomparsa di una figura importante del movimento anarchico in Sicilia: Gianni Costanza.
Gruppo Anarchico Chimera
Ripostiamo il comunicato apparso sul sito di Umanità Nova

Martedì 30 Aprile si è spento il nostro carissimo compagno Gianni Costanza. Avrebbe compiuto 69 anni il 2 Maggio.

Già militante del gruppo “Nestor Machno” di Palermo, aderente alla Federazione Anarchica Italiana, fu tra coloro i quali si impegnarono – negli anni di Piazza Fontana e della strategia della tensione – in una capillare opera di controinformazione su quanto stava avvenendo nel paese, per demistificare le artificiose montature governative contro gli anarchici, denunciare la regia politica che stava dietro le bombe fasciste del 1969 e le manovre giuridiche e poliziesche che furono alla base delle accuse nei confronti di Valpreda e della defenestrazione di Pino Pinelli nella questura di Milano.

Nella Palermo del contrattacco collettivo alle scorribande neofasciste e delle mobilitazioni generali contro i ripetuti tentativi di colpo di stato in Italia, Gianni contrastò sempre con coraggio e determinazione lo squadrismo talvolta dilagante nelle scuole e all’università, contribuendo validamente alla difesa preventiva del movimento dagli attacchi repressivi. Sempre vigile nel neutralizzare qualsiasi tentativo di infiltrazione o di provocazione, smascherando ogni fraintendimento borghese e irrazionalistico dell’anarchismo, Gianni fece parte del Comitato Anarchico di Difesa della FAI occupandosi, fra l’altro, della solidarietà con tutti i detenuti antimilitaristi. Tra la fine degli anni ’70 e gli inizi degli anni ’80 fu attivo nella redazione e amministrazione del settimanale Umanità Nova. Nello stesso periodo fu tra i fondatori della Federazione Anarchica Palermitana.

In anni più recenti, Gianni ha partecipato attivamente – come individualità – alla vita politica e culturale del Gruppo anarchico “Alfonso Failla” e del movimento libertario cittadino.

Sino all’ultimo ha seguito con interesse il dibattito che ha preceduto il XXX Congresso della FAI, avvertendo l’urgenza di un profondo rinnovamento della federazione e di una maggiore incisività politica dell’anarchismo.

Lascia un vuoto enorme nei compagni e negli amici che lo hanno conosciuto, e fra quanti con affettuosa ostinazione continuavano a chiamarlo “Mustang”, il suo antico nome di “battaglia”.

Ciao Gianni

Gruppo Anarchico “A. Failla” – FAI Palermo
Individualità anarchiche palermitane

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1 Maggio

 

È passato un anno dal nostro post “La vostra festa del lavoro, la vostra merda nel cervello“. L’unico cambiamento avvenuto in Sicilia è solo il peggioramento nella vita dei lavoratori e delle lavoratrici e di chi cerca, disperatamente, un lavoro per poter sopravvivere.
Non servono i dati della Commissione Europea per capire che crisi sociale ed economica sta attraversando la Sicilia, così come non servono le parole e i gesti delle mani di un Musumeci che, da bravo ex fascista ed attuale presidente della Regione, si lamenti di come il 1 Maggio sia una “Festa del Lavoro” in una regione di disoccupati.
Il numero di licenziamenti e l’istituzione di nuove forme di sfruttamento (all’interno delle strutture ricettive in particolare) è aumentato in modo spropositato, senza dimenticare la gentrificazione e la guerra tra le aziende delle GDO.
La risposta per mantenere in auge tale sistema è quello di difendere i padroni e i prodotti locali!
Ecco come il 1 Maggio diventi una giornata dove si esalta l’unione tra padroni e lavoratori e lavoratrici, sminuendo qualsiasi discorso di emancipazione lavorativa e mantenendo lo sfruttamento corrente.
Questi schifosi tentativi di trasformare il 1 Maggio come Festa del Lavoro deve essere smantellato una volta per tutte.
Non ricordiamo solo la condanna di otto anarchici a Chicago nel 1886 ma, piuttosto, la lotta che essi portavano avanti: l’abolizione del lavoro salariato -attraverso il graduale abbassamento delle ore lavorative-, l’organizzazione operaia e la riappropriazione dei mezzi di produzione.

Chi difende pedissequamente il lavoro salariato e qualsiasi forma di potere, esce automaticamente dal concetto stesso di emancipazione lavorativa

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Difensori della Sacra Proprietà e Hoplofobici. Il noioso teatrino della legittima difesa

da Photostream (foto)mobilitazioni & altro

Il seguente articolo è stato pubblicato su Umanità Nova numero 13 anno 99

Una buona parte del dibattito pubblico italiano degli ultimi mesi è stato impostato sui temi riguardante la legittima difesa e la diffusione di armi tra la popolazione civile. Già durante la campagna elettorale permanente degli ultimi anni la Lega Nord aveva posto al centro della sua propaganda la questione della difesa armata della proprietà privata; successivamente c’è stato l’ondata di polemiche, molto pretestuose, in merito alla ricezione della direttiva europea 477 ed infine il dibattito in merito alle modifiche della legge sulla legittima difesa, con il suo veloce corollario polemico in merito a un disegno di legge firmato da una settantina di senatori leghisti che, secondo alcuni, faciliterebbe l’acquisto di armi.

Per comprendere il senso di questo dibattito riteniamo sia necessario dare uno sguardo complessivo dei diversi temi che da esso emergono, senza rincorrere la sparata sensazionalista di questo o quel ministro o di personaggi francamente imbarazzanti del mondo pacifista; uno sguardo, quindi, che permetta di cogliere aspetti indicativi della situazione sociale.

Di là dei dati che indicano un continuo calo dei delitti gravi contro la persona, è palese che la “percezione della sicurezza” sia del tutto sbilanciata verso l’idea che i crimini gravi siano in aumento e che orde di banditi aspetterebbero il probo cittadino dietro l’angolo per rapinarlo. Da anni ripetiamo come questa situazione sia stata ricercata e voluta dalla classe dominante: non staremo quindi ad approfondire l’argomento.

In questo la propaganda leghista – ma anche di Fratelli d’Italia e di altri partiti – va a parlare al suo elettorato di riferimento, commercianti, piccola borghesia, pezzi delle aristocrazie operaie, piccoli e medi industriali, latifondisti, portando due messaggi a cui questo pubblico è sensibile:

1) La proprietà privata è sacra. Chi ammazza difendendo la proprietà va sostenuto anche se ammazza a sangue freddo un ladro disarmato: questi ha attentato alla sacralità della proprietà e quindi il suo sangue ricadrà esclusivamente su di lui.

2) I cambi avvenuti, sia in modo graduale che in modo traumatico, negli ultimi decenni hanno portato a una maggiore concentrazione di capitale in oligopoli facendo perdere centralità a quei settori della borghesia che si poggiavano sulle piccole e medie industrie e sul commercio al dettaglio. La figura del pater familias borghese, a capo di una piccola industria o proprietario del negozio a conduzione familiare e con pochi dipendenti, è stata ampiamente contestata nel corso dei decenni ed ha bisogno di essere rassicurata nel potersi raffigurare come figura eroica in lotta contro il mondo moderno. Il potersi rappresentare come maschio alfa, detentore del diritto di vita e di morte su chi attentata l’origine della sua posizione sociale, cioè su chi attentata alla sua sacra proprietà, rassicura.

Di fronte a questo poco importa che la legge sulla legittima difesa voluta dalla Lega impatti ben poco da un punto di vista pratico, sempre che regga in sede di Corte Costituzionale quando un magistrato solleverà una qualche eccezione di costituzionalità. Sul piano simbolico è passata e quell’elettorato di riferimento si sente, appunto, rassicurato nella sua posizione sociale. Viene riaffermata la sacralità della proprietà privata, per altro ben sancita da tutto il corpo normativo e dalle stesse regole sociali, e, ancora una volta, gli idoli di legno possono trionfare e le vittime umane cadere. Questo è quel che importa.

A poche ore di distanza dall’approvazione di questa legge si potevano vedere alcuni quotidiani online produrre titoli allarmati su come la Lega si preparerebbe anche a rendere più facile l’acquisto di armi, deregolamentando le armi con potenza tra i 7,5 e i 15 joule e rendendole di libera vendita. I titoli, e spesso gli articoli, sono stati volutamente impostatati in modo scorretto: si sta parlando di armi a aria compressa, quindi quasi esclusivamente con il tiro sportivo e che hanno un potere offensivo minore rispetto a un pugno ben piantato da un soggetto allenato. Si potrebbe ipotizzare che dietro vi sia il tentativo di aprire un mercato verso una serie di strumenti di difesa meno che letali che sfruttano l’aria compressa per lanciare dei proietti in gomma dura, strumenti di difesa sulla cui stessa efficacia abbiamo moltissimi dubbi per ragioni tecniche su cui non è il caso di dilungarsi, che però troverebbero di certo un buon mercato a causa dell’insicurezza percepita. Ovviamente nessuno ha analizzato questo dato, nonostante fosse evidente leggendo una delle principali testate della stampa di settore, ovvero la rivista Armi & Tiro, ma molti han preferito disegnare scenari apocalittici in cui si otterrà un AK-47 con i punti della spesa del supermarket.

Riportiamo la notizia in quanto permette bene di vedere il livello di polarizzazione raggiunto su questo dibattito. Già quando nell’autunno scorso è stato portato a termine l’iter di ricezione della direttiva europea 477 sulla regolamentazione del possesso di armi da parte della popolazione civile la stampa progressista, da la Repubblica fino al Manifesto, il quale nonostante riporti la dicitura “quotidiano comunista” non è che la costola sinistra della socialdemocrazia, si è messa a strillare su presunti scenari statunitensi alle porte.

Non staremo ad analizzare qua la situazione americana, già ampiamente analizzata in molti articoli[1] pubblicati negli ultimi anni e su cui riteniamo chiuso il dibattito ma è necessario rifocalizzarci su alcune questioni. Intanto la ricezione della direttiva 477 è una questione estremamente tecnica ed una sua disanima approfondita è abbastanza inutile per chi non sa la differenza tra un’arma semiautomatica ed un’automatica, gli iter di importazione di armi costruite all’estero, il funzionamento del Banco di Prova Nazionale o che cosa si intenda per armi demilitarizzate. La direttiva, al contrario di quello che molti hanno scritto, non ha assolutamente facilitato l’acquisto di armi da parte di privati, anzi per quando sia stata recepita in modo poco restrittivo rispetto ad altri paesi ha imposto alcuni ulteriori paletti, ma ha in parte razionalizzato il corpo di regolamenti, giurisprudenza e leggi che normano il settore. L’unica facilitazione che appare ad un’analisi della legge è la possibilità di comunicare l’acquisto, da parte di un soggetto già titolato, tramite Posta Elettronica Certificata senza doversi recare presso gli uffici delle questure, in tendenza con la telematizzazione della pubblica amministrazione.

Si potrebbe pensare che questa idiosincrasia per le armi da parte della stampa progressista e di molti elettori della sinistra sia semplicemente volontà di dare addosso all’avversario che sarebbe a favore della diffusione indiscriminata di armi da fuoco.[2] In realtà, come già scrivevamo a novembre 2017 nell’articolo “La social-misantropia” pubblicato su Umanità Nova:[3]

“(…) La sinistra liberale avendo fallito nella sua strategia riformista, da decenni e non da ieri, per portare migliori condizioni di vita alla classe lavoratrice ed essendo diventata parimenti responsabile della devastazione della vita di centinaia di milioni di proletari (…) si trova a essere la frazione sinistra del capitale. In questo – facciamo finta di credere alla buona fede di certi soggetti politici – finisce per individuare problemi sbagliati o secondari, amplificarli e proponendo soluzioni che portano da un maggiore controllo sociale, cullando l’illusione di poter cambiare qualcosa rispetto alle ferree logiche del capitale una volta giunta al potere. (…) Avendo fallito nei propri fini dichiarati queste componenti [la sinistra-sinistra istituzionale ed i derivati centristi del riformismo] finiscono per farsi rappresentanti elettorali di frazioni dominate di classe dominante e di pezzi della piccola borghesia nonché di lavoratori dei servizi pubblici, sopratutto legati al mondo della cultura e dei servizi alla persona, le componenti della cosiddetta società civile. Avendo fallito ed essendosi convinte che il problema è rappresentato dal fatto che l’uomo sarebbe ontologicamente cattivo e non un prodotto storico, passano dalla social-democrazia alla social-misantropia: allora via con tiritere sulla necessità di più stato, più leggi, più controlli, più polizia – possibilmente direttamente introiettata negli individui – lamentele su quanto fanno schifo i poveri, che sono così maleducati ed altre amenità. Il problema non sarebbero allora le strutture sociali ma gli individui che sarebbero naturalmente pervertiti – contraddizione in termini, tra l’altro – e su cui è necessario operare una raffinata opera di disciplinamento. (…)”

Non è quindi questione di malafede se soggetti come Beretta, il presidente dell’OPAL e tra le figure di spicco del pacifismo italiano, che porta per ironia della sorte lo stesso cognome della famiglia di industriali delle armi di Gardone Val Trompia ed i suoi tristi emuli si mettono a lanciare strilli di orrore all’idea che circolino delle armi al fuori dei corpi armati dello stato. Certo, se glielo si chiede diranno che sono a favore di una qualche forma di disarmo delle forze armate ma, rimanendo nell’ambito del pacifismo borghese, essi vivono in una profonda contraddizione che non sono in grado di risolvere ma solo di elidere, non comprendendo che il punto non è il disarmo ma la necessità di smantellare la gerarchia sociale ed abolire il valore di scambio (per farla breve). L’hoplofobia[4] dell’ala sinistra del capitale è tutta già scritta nella sua storia, ovvero nella storia della sua falsa coscienza e del suo opportunismo, allo stesso modo in cui la voglia del piccolo borghese di farsi giustiziere della notte è scritta nella sua parabola discendente di ridicola figura messa in crisi non da immaginari banditi ma dalla ferrea logica del capitale.

NOTE

[1] Innanzi tutto: http://www.umanitanova.org/2015/10/20/la-propaganda-alla-prova-dei-fatti/ e http://www.umanitanova.org/2016/01/13/la-propaganda-alla-prova-dei-fatti-2/ oltre a http://www.umanitanova.org/2018/03/11/militarizzazione-sociale/ e http://www.umanitanova.org/2018/05/13/la-marcia-del-vittimismo/ .

[2] in realtà tutta la storia delle leggi italiane sul controllo delle armi, partendo dalle leggi giolittiane sul porto di coltello, è basata sulla necessità di rendere più difficile la detenzione di armi a soggetti che non diano sufficienti garanzia di lealtà verso lo stato: nella concessione di licenze di detenzione, porti d’arma ad uso sportivo o venatorio, per non parlare dei porti per difesa personale, è lasciata ampia garanzia alle questure che possono dare dei dinieghi anche senza che il richiedente abbia commesso alcun reato o sia sotto indagine ma in base a informazioni “sommariamente raccolte” ed informative di polizia. La base legislativa è il TULPS fascista che addirittura concede ai prefetti la possibilità di sequestrare preventivamente tutte le armi nel territorio di competenza in caso di “gravi turbamenti dell’ordine pubblico”: la formula è volutamente vaga e le successive integrazioni sono date dalle leggi emergenziali degli anni settanta e da una confusa giurisprudenza. Da un punto di vista dei dati non si può, in qualsiasi discussione su questo tema, tenere conto del fatto che il numero di armi possedute da privati in Italia sia andato aumentando quasi costantemente mentre altrettanto costantemente è calato il numero di omicidi con armi da fuoco, in tendenza con quello che è successo in buona parte del mondo.

[3] http://www.umanitanova.org/2017/11/07/la-social-misantropia/

[4] Fobia patologica delle armi.

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I pirati della pubblicità ovvero come sovvertire la pubblicità

 

Noi organizziamo solo il detonatore: l’esplosione libera dovrà scapparci per sempre, e scappare a qualsiasi altro controllo” (L’Internationale Situationniste)

Si è talmente immersi nella promozione e pubblicità che non la vediamo, la accettiamo incondizionatamente, senza riflessione e senza opposizione. Le multinazionali invadono i nostri spazi, occupano strade, muri, palazzi e pezzi di cielo con messaggi ridondanti e miranti a soddisfare quelli che loro reputano i nostri bisogni.
Riprendersi questi spazi significa, letteralmente, impossessarsi dei cartelloni, dei manifesti, delle strade e di tutti quei luoghi che le società pubblicitarie e le multinazionali hanno tolto alle comunità. Lasciandoci spettatori passivi in mondo spettacolarizzato.
Occorre quindi sviluppare un sabotaggio.
In questo modo il Subvertising, letteralmente il sovvertimento della pubblicità, con il Brandalism, il vandalismo del brand, sono delle forme di ribellione artiatiche e politiche di ripresa degli spazi. Strumenti che come teorizzava Guy Debord, permettono al proletariato di ritornare ad essere elemento attivo e non passivo in questa società dello spettacolo.
Da consumatori di merce a individui.

Giorno 4 Maggio alle ore 18,30 Hogre, Illustre Feccia e Brandalism ne parleranno insieme al Gruppo Anarchico Chimera presso il Teatro Coppola.

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Né Maduro Né Guaido. Per la Libertà

Giorno 12 Aprile alle ore 18:30, il Gruppo Anarchico “Cieri” di Parma organizza “Né Maduro Né Guaido. Per la Libertà” presso la sede di Via Testi, numero civico 2.

L’obbiettivo è ovviamente informare su quanto sta accadendo, senza le strumentalizzazioni delle destre e la retorica fuori dal mondo degli antimperialisti rituali.
Per infomare, abbiamo deciso di dare la parola a due compagni di Catania che hanno approfondito la questione, producendo un documento molto interessante sulla formazione del chavismo nella particolare storia del Venezuela, sotto il profilo politico ed economico.
Oltre a questo, se la repressione e i continui blackout di un sistema economico ormai collassato lo permetteranno, daremo la parola a compagne libertarie venezuelane, in collegamento skype.
Inoltre, presenteremo la campagna internazionale di appoggio ai libertari venezuelani.

E’ una serata molto coraggiosa, purtroppo ne vediamo poche sull’argomento per paura di rompere cliches o risultare “impopolari” (?), tenendo conto dei dogmatismi imperanti, ma non è ovviamente una serata “neutra”: noi abbiamo una linea, molto trasparente. Ma è senza dubbio, come tutte le nostre iniziative, una serata onesta e libera: noi non ci schieriamo per partito (appunto) preso, per dogmi o per interesse, ma portiamo avanti riflessioni e ci basiamo su esse. Sicuramente sarà una serata ben più libera delle conferenze stampa nelle ambasciate USA o negli incontri pure nostrani con consoli e ambasciatori legati al regime bolivariano, momenti di propaganda e nient’altro.
A noi argomentazioni sulle presunte conquiste sociali del bolivarismo non fanno nessun effetto: dai treni in orario del duce alle adunate di Hitler alle parate di Stalin alle case di Fanfani, sappiamo ben separare fatti da propaganda.
Il dato attuale è che, come le ricette neoliberiste, pure il socialismo di stato è fallito, politicamente, eticamente ed economicamente, e i risultati li paga il popolo.
E francamente, ci chiediamo dov’è il “socialismo” quando abbiamo elite che prosperano e il popolo alla fame, quando il potere si regge sui militari e la repressione; quando intere fette di territorio sono svendute a multinazionali.
Ci chiediamo dov’è l’antimperialismo se guarda solo, a comando, agli USA e non vede analoghi imperialismi feroci russi, cinesi, ecc.
Ci chiediamo quando un popolo può e deve insorgere, se non quando è alla fame o costretto ad emigrare.

Noi ci poniamo domande, che nessuna retorica ci impedirà di farci.

Per cui, siamo certi che ci saranno compagni ed amici che non condivideranno il taglio dell’iniziativa, ma se ci conoscono e sono nostri , appunto, compagni ed amici, sanno già come la pensiamo e non ci sarà nessuna sorpresa; ai campioni del dogmatismo e dell’insulto invece non risponderemo perchè non ci interessa questo livello.

Il nostro faro di riferimento resta sempre la libertà, e ogni nostro piccolo grande sforzo va in quella direzione. Sempre.

Interverranno:
– Una compagna del Periodico “El Libertario”
– Due compagni del Gruppo Anarchico “Chimera” Catania
– Una attivista de “Valle por Gargantas libertarias”

Questo è l’introduzione del nostro lavoro dal titolo “Venezuela: opportunisti e imbecilli al lavoro

“Mai la merce sfamerà l’uomo” (cit. Amadeo Bordiga)

Nell’Introduzione dell’opuscolo “La campagna elettorale permanente” veniva scritto come “le parole sono uno dei mezzi con cui avviene la nostra comunicazione […] attraverso l’importanza e la significanza che diamo a queste, riusciamo ad interpretare la realtà che viviamo”. Le operazioni che ci portano allo sviluppo di uno o più linguaggi sono date dalle classificazioni e memorizzazioni delle parole.
Gli eventi che portano allo sviluppo di questi linguaggi derivano dai fenomeni che, in un’analisi materiale del mondo, sono percepiti attraverso i sensi.
In un ambito sociale umano, i fenomeni e i linguaggi non sono mai neutri ma influenzati sia dalla nostra visione del mondo che dalla conformazione stessa della società. Non è, quindi, solo il discorso delle parole utilizzate da mass media, politici e/o intellettuali ma anche dalle azioni pratiche aziendali e repressive all’interno della società.
Un caso che rispecchia tutto questo è il Venezuela o República Bolivariana de Venezuela, uno Stato del Sudamerica che fonda principalmente la sua economia sul petrolio (giacimenti concentrati nella Fascia dell’Orinoco) oltre che sul gas naturale e risorse minerali.
Nell’età del petrolio (giusto per citare il titolo di un opuscolo dei Los Amigos de Ludd), un territorio del genere fa gola a multinazionali e governi, diventando un vero e proprio territorio di conquista.
Sarebbe però un’analisi incompleta e simil-vittimista questa in quanto verrebbero de-responsabilizzate le azioni della burocrazia e della borghesia locale.
Le logiche del profitto in Venezuela, negli ultimi 60 anni, hanno portato ad alleanze politiche interne come il “Pacto de Puntofijo” o “Alternaciòn Bipartidista” (1958-1999circa) e alle modifiche della Costituzione Repubblicana (1961 e 1999) per cercare di mantenere stabile il potere politico ed economico.
Un tentativo di stabilizzare politicamente ed economicamente il territorio venezuelano lo troviamo con la creazione della Petróleos de Venezuela Sociedad Anònima (PDVSA) -azienda petrolifera di Stato nata nel 1975- e il ruolo che ha all’interno dell’OPEC.
Come scritto da Rafael Uzcátegui (1) nel libro “Venezuela: la Revolución como espectáculo. Una crítica anarquista al gobierno bolivariano”, i ruoli della PDVSA e dei governi venezuelani sono sempre stati funzionali a mantenere i buoni rapporti con le aziende petrolifere straniere (in modo da evitare eccessive intromissioni straniere nel territorio venezuelano) e a finanziare economicamente misure welfaristiche per mantenere (e rendere succube tramite queste rendite petrolifere) la popolazione.
È chiaro che in un modello socio-economico basato sullo sfruttamento, sull’alienazione e sul guadagno, misure del genere siano dei palliativi. Se a questo aggiungiamo come gli andamenti dei mercati mondiali petroliferi si basino su contrattazioni e speculazioni di ogni sorta, possiamo immaginare l’effetto sociale qualora avvenga un calo dei prezzi del suddetto materiale.
Gli eventi di protesta degli ultimi 30 anni (Caracazo o Sacudón del Febbraio 1989, i falliti colpi di Stato del 1992 e del 2002 fino ad arrivare alle proteste iniziate nel 2013 e culminate con il potere presidenziale diviso in due parti (Maduro e Guaidó)) hanno portato la burocrazia e la borghesia venezuelana ad affinare le proprie armi nel mantenere i propri privilegi e reprimere chi non si schiera su uno dei due fronti in lotta.
La retorica dell’intervento esterno è un’arma usata da ogni potere dominante indebolito da crisi sociali ed economiche. E il Partido Socialista Unido de Venezuela riesce in tutto questo, trovando alleate/i nel cosiddetto mondo occidentale.

Note
(1) Anarchico venezuelano, collaboratore del giornale anarchico “Periodico El Libertario” e aderente all’ “Internacional de Resistentes a la Guerra” e alla “Red Antimilitarista de América Latina y el Caribe (RAMALC)”

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Catania: stupro e ipocrisie

Una diciannovenne americana viene stuprata a Catania da tre ragazzi. Il mainstream locale e nazionale si buttano a capofitto sulla notizia, riportando come la ragazza vittima dell’abuso sessuale abbia chiamato disperatamente il 112 – venendo bloccata dai suoi aggressori – e anche un suo amico – venendo bellamente ignorata.
Come ben sappiamo, il linguaggio giornalistico è spettacolarizzato e sensazionalistico in modo da vendere meglio il prodotto scritto, ottenere visualizzazioni sulle piattaforme virtuali e scatenare una serie di reazioni da parte dell’utenza.
Vendere, controllare e monitorare le sensazioni: il linguaggio giornalistico non è altro che una delle tante forme del linguaggio del dominio.
Nel caso della ragazza stuprata, le istituzioni, il giornalismo e la sua utenza presentano costei come vittima (un essere impotente, passiva, debole e da compatire) e l’atto subito (lo stupro) come un’eccezione in un luogo (Catania) considerato civile.
Le parole usate sono pregne di violenza (sessuale, sociale e culturale), atte a giustificare una protezione verso le donne (in realtà controllarle e dominarle) ed evitare il problema: il patriarcato.
Come rappresentazione del potere, il patriarcato eleva il potere maschile/dell’uomo come assoluto e considera la donna e altre individualità (omosessuali, lesbiche, transessuali, transgender, intersex, queer, migranti etc) degli esseri inferiori, buoni per procreare e lavori di cura (le donne), curare tempestivamente (omosessuali, lesbiche e (chirurgicamente) intersex) e/o da trattare come male assoluto (transessuali, transgender, queer e migranti).
Benché vi siano state delle aperture da parte del dominio formato “diritti civili” o “quota rosa” verso alcune di queste individualità, in realtà nulla è cambiato.
Il sistema di poteri al cui interno vi è il patriarcato si basa:
-sulle regole in cui l’individuo gli concede la propria libertà e sicurezza per un supponente “benessere”;
-sulle morali ed etiche utili a dividere e controllare gli individui;
-su un’economia dove tutto è merce o reificazione.
Ed ecco come vengono giustificate gerarchie, abusi e coercizioni. Il sistema di poteri, perciò, non risolverà il problema ma, anzi, lo mantiene in vita e giustificherà sempre determinate azioni come “eccezioni” e presentando le sopravvissute come “vittime”.
Il caso della ragazza stuprata o, per esempio, della bidella che stalkera una docente a Milazzo, vengono messe dal linguaggio dominante sullo stesso piano, trovando il plauso dell’utenza (spesso maschile).
Perchè questo? Perchè si vuole mettere sullo stesso piano la violenza maschile e quella femminile, nascondendo (ed esaltando anche) la mascolinità tossica – un’attitudine patriarcale dove il genere mascolino è visto come violento, non emotivo, sessualmente aggressivo o “attivo” -, giustificando costrutti culturali quali le identità “maschile” e “femminile” e gli stereotipi di genere.
Per districarci dal patriarcato e da ogni forma di potere e autorità, dobbiamo:
-smontare i nostri privilegi che danneggiano altr*, ascoltando, relazionando e aiutando coloro che hanno maggiori probabilità di essere danneggiat* dal patriarcato e dal capitalismo (migranti, individualità transessuali e transgender, lavoratrici e lavoratori, sottoproletari*);
-demistificare qualsiasi tentativo di giustificare o mantenere il sistema di poteri;
-esplorare sistemi di responsabilizzazione tra individui, uscendo fuori dagli schemi manettari regalateci da anni di propaganda forcaiola e antimafiosa istituzionale.
Alla ragazza sopravvissuta allo stupro va la nostra piena e totale solidarietà.

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Greta capo delle BR

Greta capo delle BR. Questa scritta ironica, postata di recente su Facebook, centra il punto nodale emerso dopo le manifestazioni del 15 marzo. Abbiamo visto che cortei enormi, in maggioranza composti da giovani, hanno sfilato lungo le strade di grandi aree metropolitane. Eventi in varie città hanno portato all’attenzione la questione ambientale, dopo che tale tema era scomparso dalle grandi istanze popolari in seguito alla crisi economica del 2007. La pacifica protesta di Greta ha riportato tali tematiche al centro dell’attenzione mediatica. Questo è di per sé un bene. Siamo in un momento cruciale per la sopravvivenza del pianeta, come è stato conosciuto per generazioni dall’essere umano. Nel momento in cui tutti parlano di Antropocene, il genere umano rischia l’effetto isola di pasqua ed una sua estinzione, dopo aver affrontato sconvolgimenti climatici, sociali, politici ed economici di non facile previsione. Greta Thunberg, grazie alla sua intelligenza, solleva con forza la questione affermando che è il momento di agire. Ma agire cosa vuol dire? Vuol dire mettere in pratica stili di vita che comportino individualmente delle scelte che vanno a modificare le normali abitudini di vita?
Parlo del consumo di carne, dell’inquinamento da plastica, del consumo dell’acqua, dello smodato uso di pesticidi, del muoversi a piedi, in bici, con i mezzi pubblici. Scelte che, applicate in massa, cambierebbero molte cose ma non inciderebbero più di tanto, se è vero che 100 multinazionali sono responsabili del 70% dell’inquinamento globale. Oppure seguire l’esempio riportato nel film “La Donna Elettrica“, pellicola islandese anarchico/individualista, di una sensibilità e semplicità rara di questi tempi.
Serve fare una ulteriore analisi. Oltre al doveroso cambiamento degli stili di vita individuali occorre porre la questione su quanto afferma Matteo Lupoli su Effimera. E’ necessaria una connessione tra i movimenti di critica ecologista e altri movimenti come quello operaio o studentesco, che hanno un’antica tradizione in Europa e negli Stati Uniti. Le lotte ambientali stanno crescendo a dismisura su tutto il pianeta e coinvolgono tutti gli stati nazione, come si può vedere da questo atlante. I sindacati confederali, per esempio, hanno criticato la questione – come successo nei casi dei petrolchimici o dell’ILVA di Taranto – sostenendo l’idea malsana che l’industria porti lavoro. Solo di recente a Taranto sono apparsi dei manifesti in cui si afferma meglio morti di fame che di cancro. Facendo crollare questo mortale nesso sostenuto dai confederati. Proprio oggi a Roma si è tenuta la marcia per il clima contro le grandi opere inutili. Il problema però non sono esclusivamente le grandi opere inutili, come il Tav etc, ma anche e sopratutto la moltitudine di opere locali finalizzate alla cementificazione del territorio, alla sua fantomatica urbanizzazione, alla sua distruzione e gentrificazione. Realizzate a spese dei cittadini, che si vedono alzare le tasse a fronte di un calo evidente della qualità dei servizi pubblici a favore di servizi a pagamento. A questo punto la domanda è semplice: siete sicuri che il problema del clima siano i soli comportamenti individuali e non il capitalismo? Siete sicuri che la green economy sia l’unica non soluzione offerta dal capitalismo?

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