Il campo di concentramento di Renicci d’Anghiari

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Presentazione

Gli abitanti di intere zone venivano a mettersi sotto la protezione delle nostre truppe all’avvicinarsi delle formazioni rosse. È così che decine e decine di migliaia di abitanti vennero col loro bestiame e con le loro masserizie trasferiti in altre località ed in campi di internamento “protettivo” e volontario. (Provvedimenti che la propaganda avversaria ha gabellato come “deportazioni” in massa, ingrandendo altresì a dismisura le cifre. In realtà la II Armata ha internato complessivamente, in campi convenientemente attrezzati, poco più di 30.000 persone, delle quali solo poche migliaia a titolo non volontario)”

Estratto dal libro di Roatta Mario, “Otto milioni di baionette. L’esercito italiano in guerra dal 1940 al 1944”, Mondadori, Milano 1946, p. 174

La frase “italiani brava gente” è un mito che resiste ancor oggi, nel XXI secolo, nonostante i vari studi storici su come la burocrazia e la borghesia italiana, grazie alle loro forze militari, abbiano assimilato, represso e distrutto qualsiasi cultura giudicata inferiore e non-italiana. Esempi come sloveni 1, eritrei, etiopi 2, libici 3 e cinesi 4 servono a farci capire non solo le pratiche distruttive ma anche la rimozione storica dei crimini di guerra commessi. La citazione del generale Mario Roatta, all’inizio di questa presentazione, è una prova di come questo mito serva al dominio per poter modificare e giustificare il suo passato e agire indisturbato nel presente.
Il lavoro di compilazione sul Campo di concentramento di Renicci d’Anghiari (conosciuto come Campo di concentramento per prigionieri di guerra numero 97) serve a dimostrare come il dominio abbia cercato sia di distruggere una popolazione per scopi razziali che di perseguire una compagine politica (gli anarchici) per scopi di stabilità interna.
Dopo la fine del primo conflitto mondiale il Regno d’Italia si ritrovò ad avere un territorio multi-linguistico che includeva la Venezia Giulia e l’Istria. La questione principale era controllare il territorio attraverso le forze dell’ordine e l’assimilazione (italianizzazione). Con l’avvento del fascismo questo fenomeno avrebbe subito una forte accelerazione. L’entrata in guerra del Regno d’Italia (1940) e l’annessione di parte dei territori dell’ex regno di Jugoslavia (1941) portò la burocrazia e i militari italiani ad instaurare delle vere e proprie campagne di terrore contro le popolazioni locali.
La “Circolare numero 3C”5 del generale Mario Roatta fu un esempio di atto repressivo e terroristico per fare letteralmente terra bruciata attorno ai partigiani: civili e militari jugoslavi vennero dapprima internati nei campi di concentramento di Gonars e Arbe e, in seguito a proteste e tentativi di fuga, trasferiti nei campi lontani dal confine.
Il campo di concentramento per prigionieri di guerra numero 97 presso Renicci d’Anghiari (provincia di Arezzo) era stato adibito per internare i civili jugoslavi provenienti dai campi di Gonars e Arbe. Arrivati al campo di Renicci, i civili videro che le uniche cose complete erano la recinzione e alcune baracche; di conseguenza molti furono costretti a vivere dentro le tende. A questo si aggiungevano la scarsità di cibarie 6, le condizioni sanitarie precarie 7 e la durezza dei sorveglianti. Il 25 Luglio 1943 segnò la fine politica di Mussolini ma non di tutto l’apparato che egli e i suoi epigoni avevano creato in 20 anni. Per prevenire qualsiasi tentativo di turbare l’ordine pubblico, il generale Mario Roatta, nominato Capo di Stato Maggiore, emanò il 26 luglio 1943 una circolare nella quale si ordinava di reprimere nella maniera più decisa, anche sparando, ogni manifestazione che turbasse l’ordine pubblico.8
Per risolvere la questione dei/delle confinati/e nelle isole e degli internati e delle internate dei campi di concentramento, tra il 27 Luglio e il 23 Agosto 1943 Carmine Senise, divenuto nuovamente capo della polizia, inviò varie circolari 9 ai questori, ai dirigenti delle zone OVRA e alla direzioni delle colonie di confino, riguardo a come dovessero comportarsi con anarchici, comunisti, allogeni 10, ebrei e spie.
Gli anarchici, trattati come elementi anti-italiani, vennero mandati da Ventotene al campo di concentramento di Renicci. Nonostante le proteste di vari antifascisti (specie comunisti) per questo atto, Badoglio e tutti quei residuati del regime (Roatta e soprattutto Senise) volevano mantenere l’ordine pubblico sul territorio italiano – specie sui territori al confine orientale.
L’arrivo degli anarchici a Renicci coincise con un aumento delle proteste. Per tentare di controllare al meglio la situazione esplosiva, i guardiani del campo presero misure drastiche tra le quali minacce di morte, punizioni, restrizioni etc.
Il 3 Settembre a Cassibile, in provincia di Siracusa, il Regno d’Italia firmò la fine delle ostilità nei confronti degli Alleati. L’atto divenne ufficiale l’8 Settembre. Durante questo periodo, il campo di concentramento Renicci diventò sempre più instabile fino a quando alcuni internati riuscirono ad evadere (9 Settembre). Con l’arrivo dei tedeschi al campo (14 Settembre), avvennero prima la fuga del personale di guardia e, subito dopo, degli/delle ultimi/e internati/e.
Il Campo di Renicci rappresenta una delle tante innumerevoli vergogne della burocrazia e del militarismo italiano. Non si tratta solo di una persecuzione politica ma di un accurato e diligente lavoro di distruzione di una popolazione – etichettata come allogena e criminale. D’altronde la burocrazia, la borghesia e il militarismo italiano sono sempre stati in prima linea nel trattare come razze inferiori chi fosse diverso dall’italiano forgiato dalle guerre risorgimentali e vittorioso della Grande Guerra.
L’Italia odierna, repubblicana e democratica, non ha mai fatto veramente i conti con questo passato, costruendo il mito degli “italiani brava gente” e difendendolo a spada tratta quando emergono omicidi e persecuzioni avvenuti in Slovenia, in Libia, nella fu Africa Orientale Italiana, o nella Cina del 1900.
Se questo è il “lato storico”, in quello attuale della questione migranti, gli “italiani brava gente” si dimostrano succubi e compiacenti (oseremo dire gaudenti!) dell’attuale propaganda sovranista.
I tempi in cui i partiti utilizzavano le masse di militanti sul territorio -coordinati dalla dirigenza che intratteneva rapporti con i pilastri morali ed economici della società (chiesa e aziende)-, per la propaganda si sono evoluti. Il mezzo internet ha permesso alla dirigenza partitica di poter fare un salto di qualità nel propagandare la propria linea politica, facendo campagna elettorale permanente e continua.
Non importa se la propaganda sia infarcita di notizie false o idiozie: è l’impatto che dà al consumatore/alla consumatrice, provocando in esso/a o un mix di emozioni contrastanti oppure in linea con la propaganda. […] L’odio, come la pietà, sono due sentimenti usati dai/dalle politicanti di qualsiasi colore e dai mezzi di informazione mainstream.11

Note

1 Vedere “Le premesse storiche” del libro di Kersevan Alessandra, “Lager italiani: pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”, Nutrimenti, 2008; vedere anche “Slovenia: un tentativo di bonifica etnica” del libro Del Boca Angelo, “Italiani brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza, 2005

2 Per maggiori approfondimenti, vedere: Del Boca Angelo, “Gli italiani in Africa orientale”, Milano, Mondadori, 4 Voll.; Del Boca Angelo, “Italiani brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza, 2005; Poidimani Nicoletta, “Difendere la “razza.” Identità razziale e politiche sessuali nel progetto imperiale di Mussolini”, Roma, Sensibili alle Foglie, 2009.

3 Vedere Del Boca Angelo, “Italiani brava gente? Un mito duro a morire, Vicenza, Neri Pozza, 2005; Del Boca Angelo, “A un passo dalla forca: atrocità e infamie dell’occupazione italiana della Libia nelle memorie del patriota Mohamed Fekini”, Milano, Baldini e Castoldi Dalai, 2007

4 Durante la rivolta dei boxer (1900) e il successivo intervento militare internazionale, gli eserciti occupanti si resero responsabili di numerosi eccidi e saccheggi. L’esercito italiano, dopo l’occupazione di Pechino, si macchiò di numerosi saccheggi e omicidi. Come riportato da Del Boca Angelo, “Italiani brava gente? Un mito duro a morire”, “in effetti il contingente italiano prese parte, con gli altri contingenti, a stragi, a saccheggi, a incendi di interi abitati, alla decapitazione pubblica di boxer o presunti tali. La stessa relazione ufficiale del Ministero per la Guerra non nascondeva, per esempio, che dalla spedizione su Pao-ting, «una delle più gravi rappresaglie compiute dagli alleati sulla popolazione cinese», agli italiani toccò, come quota del bottino, la cifra di 26.000 dollari. La sola differenza con i soldati degli altri contingenti era che questi ultimi non avevano il problema di apparire «brava gente».” (pag. 100) Nella parte in cui tratta della spedizione italiana in Cina, Del Boca riporta non solo le affermazioni ipocrite sul carattere mite del soldato italiano ma anche una poesia sulla pratica del saccheggio.

515 – Quando necessario agli effetti del mantenimento dell’O.P. e delle operazioni, i Comandi di G.U. possono provvedere:
a) – ad internare, a titolo protettivo, precauzionale o repressivo, famiglie, categorie di individui della città o campagna, e, se occorre, intere popolazioni di villaggi e zone rurali;
b) – a “fermare” ostaggi tratti ordinariamente dalla parte sospetta della popolazione, e, – se giudicato opportuno – anche dal suo complesso, compresi i ceti più elevati
c) – a considerare corresponsabili dei sabotaggi, in genere, gli abitanti di case prossime al luogo in cui essi vengono compiuti”.

Link: http://www.criminidiguerra.it/CIRC3C1.shtml

6“Il vitto è una vera porcheria: acqua sporca. Da una caldaia vengono distribuite 45 razioni nelle quali, complessivamente, c’è un chilogrammo di riso o di maccheroni ed un miscuglio di verdure; poi siccome scarseggia la legna per cucinare, le porzioni vengono distribuite con ore di ritardo. Il vento freddo divora letteralmente quel po’ di carne che ancora ricopre le ossa. In quattro o cinque giorni di permanenza qui, l’individuo cambia aspetto a tal punto da apparire invecchiato di cinque anni”. Testimonianza di G. J. riportata nei libri di Capogreco Carlo Spartaco, “Renicci”, Mursia, 2003, pag. 107-108 e di Kersevan Alessandra, “Lager italiani: pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”, Nutrimenti, 2008, pag. 167

7La situazione sta assumendo prospettive catastrofiche. Il termometro è sceso sotto lo zero, ma il tormento maggiore è costituito dalle freddissime raffiche di vento e ghiaccio che ogni giorno ci aggrediscono; noi siamo nel fondovalle e tutto intorno è coperto di neve. Il 75 per cento degli internati indossa abiti estivi ormai ridotti a brandelli ed ha scarpe rotte e inzuppate d’acqua. La maggioranza delle persone appare come una massa di straccioni. […] Siamo senza bagno, senza mezzi per la disinfezione; il nostro lavatoio è costituito da uno stretto abbeveratoio posto all’aperto del quale possono servirsi non più di venti persone alla volta. Da quando siamo qui non abbiamo mai visto il sapone e perciò siamo in preda al tormento dei pidocchi. L’infermeria, costituita da una baracca di legno con 20 letti, è senza stufa e, fino a pochi giorni fa, senza neppure i vetri alle finestre. Siamo in tutto 4000 persone ed avremmo bisogno di almeno 18-20 baracche le quali sono state costruite nelle ultime due settimane, ma per il maltempo ne sono state ultimate soltanto quattro. Si dice che, per via del clima inclemente, potranno essere pronte soltanto per la fine di marzo. E nonostante questa drammatica situazione continuano ad arrivare sempre nuovi trasporti di internati da Padova e da Rab. I nostri medici sono volenterosi e molto preparati, ma non possiedono medicinali. Quindi le malattie vengono diagnosticate ma non curate. Nell’infermeria vengono ricoverati solo i pazienti che hanno una certa temperatura corporea. Ma qui il primo segnale dell’approssimarsi della morte è esattamente l’inverso: il calo della temperatura ai livelli più bassi, quando l’organismo in lotta contro il freddo non ce la fa più. Perciò succede che il paziente che alla sera sembra ancora sano, si muove e si agita, il mattino dopo cade in deliquio. In infermeria gli viene iniettata della canfora e, poiché non ha febbre, viene rimandato sotto la tenda… ma la notte stessa, o al massimo il mattino successivo, muore, quasi senza che ciò sia avvertito dai suoi compagni. In questo mese sette internati sono deceduti in questo modo, ma non è che l’inizio! I pagliericci contengono tutt’al più un chilogrammo di paglia e sono sistemati sul cemento fresco che, come avviene per le pareti, trasuda ancora acqua. Le coperte sono così sottili che sembrano fasce per neonati, e ne vengono distribuite solo due a persona. I cosiddetti ‘letti a castello’ non sono ancora arrivati…” Testimonianza di G. J. riportato nei libri di Capogreco Carlo Spartaco, “Renicci”, Mursia, 2003, pag. 107-108 e di Kersevan Alessandra, “Lager italiani: pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”, Nutrimenti, 2008, pag. 204

8 Citiamo per intero le “Disposizioni sull’ordine pubblico. Circolare Roatta”
Fonogramma Comando territoriale IX C.A. ai prefetti di Bari e Lecce
Comando Supremo ordina:
1 nella situazione attuale, col nemico che preme, qualunque perturbamento dell’ordine pubblico anche minimo, et di qualsiasi tinta, costituisce tradimento et può condurre, ove non represso at conseguenze gravissime; qualunque pietà et qualunque riguardo nella repressione sarebbe pertanto delitto.
2 poco sangue versato inizialmente risparmia fiumi di sangue in seguito. Perciò ogni movimento deve essere inesorabilmente stroncato in origine.
3 siano assolutamente abbandonati i sistemi antidiluviani, quali i cordoni, gli squilli, le intimazioni et la persuasione et non sia tollerato che i civili sostino presso le truppe intorno alle armi in postazione.
4 i reparti devono assumere et mantenere grinta dura et atteggiamento estremamente risoluto. Quando impiegati in servizio di ordine pubblico, in sosta aut in movimento, abbiano il fucile at pronti et non a bracciam.
5 muovendo contro gruppi di individui che perturbino or-dine aut non si attengano prescrizioni autorità militare, si proceda in formazione di combattimento et si apra fuoco a distanza, anche con mortai et artiglieria senza preavviso di sorta, come se si procedesse contro truppe nemiche. Medesimo Procedimento venga usato da reparti in posizione contro gruppi di individui avanzati.
6 non est ammesso il tiro in aria; si tira sempre a colpire come in combattimento.
7 massimo rigore nel controllo et attuazione di tutte le misure stabilite noto manifesto. Apertura immediata del fuoco contro automezzi che non si fermino all’intimazione.
8 i caporioni et istigatori dei disordini, riconosciuti come tali, siano senz’altro fucilati se presi sul fatto, altrimenti siano giudicati immediatamente al Tribunale di guerra in veste di Tribunale straordinario.
9 chiunque, anche isolatamente, compia atti di violenza et ribellione contro le forze armate e di polizia aut insulti le stesse et le istituzioni venga passato immediatamente per le armi.
10 il militare che, impiegato in servizio ordine pubblico, compia il minimo gesto di solidarietà con i perturbatori dell’ordine, aut si ribelli, aut non obbedisca agli ordini, aut vilipenda superiori et istituzioni, venga immediatamente passato per le armi.
11 il comandante di qualsiasi grado che non si regoli secondo gli ordini cui sopra, venga immediatamente deferito al Tribunale di guerra competente che siederà e giudicherà nel termine di non oltre ventiquattro ore. Confido che comandanti – consci della gravità dell’ora, e che da falsa pietà, lentezza e irresolutezza, potrebbe derivare la rovina della patria – daranno e faranno dare la più ampia esecuzione at quanto sopra disposto.
Si tratta di imporsi subito con rigore inflessibile.
Attendo assicurazione telegrafica.
Data 26 luglio 1943 F.to Gen. Paolo Micheletti

9 Vedere l’appendice di questo opuscolo “Dispacci telegrafici”

10 Nell’Italia del regime fascista si intendevano come “allogeni” quelle popolazioni estranee rispetto al territorio e nel quale erano inserite. Il significato dispregiativo di questo termine viene ripreso nella nota 13 del libro di Kersevan Alessandra, “Lager italiani: pulizia etnica e campi di concentramento fascisti per civili jugoslavi 1941-1943”:“«Allogeno: 1. agg. di altra stirpe o nazione: minoranze allogene; 2. s.m. In uno stato nazionale, si dicono allogeni (o cittadini minoritari o minoranze nazionali) i cittadini di stirpe (ed eventualmente di lingua o di religione) diversa dalla maggioranza e che conservano una propria individualità culturale e, talvolta, politica». Così il vocabolario Treccani, per il quale ‘allogeni’ e ‘minoranze nazionali’ sono dunque sinonimi. Ma i sinonimi non hanno mai del tutto lo stesso significato. Così il termine ‘allogeno’ era usato in epoca fascista, in maniera dispregiativa, più o meno come il termine ‘slavo’, corrispondente a “s’ciavo” nel dialetto triestino; invece il termine ‘minoranze’ fa parte del lessico dell’Italia repubblicana. Le minoranze hanno dei diritti riconosciuti, a cominciare dall’articolo 6 della Costituzione italiana. Gli ‘allogeni’, invece, non avevano alcun diritto. Ciò che dovevano fare, per lo Stato italiano postrisorgimentale e poi fascista, era, semplicemente, scomparire in quanto tali: con l’assimilazione, lo sgombero e la deportazione, o – altrimenti – l’eliminazione.” (pag. 21)

11 Gruppo Anarchico Chimera, “La campagna elettorale permanente ovvero Tutto cambia perché nulla cambi”, capitolo II. Link: https://mega.nz/#!nYp3wQgK!Ta0IK-qQeTOIrGY9xgVCxOr2Jzp8V81CTNz8-4vuPOk

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