Violenza di genere in ambienti antiautoritari e in spazi liberati

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Presentazione
Come gruppo politico anarchico di Catania, siamo all’interno di un territorio dove machismo, classismo e clericalismo la fanno da padrone.
Entrando nel dettaglio, non possiamo ignorare le parole contro l’aborto del clero catanese, “a fuitina” (1) come forma di controllo e dominio maschile sulla donna, la sessuofobia all’interno degli istituti scolastici (di qualsiasi grado) e la “pratica quotidiana” delle violenze di genere (fisiche, culturali, economiche e sociali) nei posti di lavoro e nei quartieri considerati o “buoni” o “degradati”,
Le parole e pratiche descritte adesso, rientrano in un contesto di “cultura siciliana” che sfocia, inevitabilmente, in quel sicilianismo “espressione del pensiero dominante locale: la narrazione capitalistica dei prodotti e paesaggi locali, l’esaltazione pietistica della chiesa cattolica, la visione della donna come oggetto di carne, il disprezzo e l’ostracizzazione verso omosessuali, lesbiche, persone intersex e persone transgender.” (2)
Chi si dichiara di combattere il pensiero dominante e fare autocritica continua (a livello individuale e collettivo) per il ruolo che ricopre in tale contesto socio-economico, queste parole sono ovvie e scontate.
Eppure non sempre è così.
Nel mondo anarchico, vi è un fenomeno chiamato “anarco-machista” o “manarchist”.
Costoro sono uomini anarchici che, pur avendo letto i testi anarchici e libertari classici (Bakunin, Kropotkin, Malatesta etc) e odierni (Bonanno, Cerrito, Chomsky, Graeber etc), sono antifemministi e fieri e compiaciuti sia del proprio genere bio-sociale (maschio-uomo) che della propria etero-sessualità.
Con questa forma di dominio maschile, la violenza (fisica e/o verbale che sia) diventa l’unica forma di interazione/imposizione verso un’altra persona (specie se donna, transgender, etc) e le strutture organizzative, nella pratica, sono omogenee e fisse.
Di conseguenza, i loro schemi politici non sono diversi dalle attuali società gerarchizzate.
In un territorio come Catania e la Sicilia in generale, il fenomeno descritto è ben radicato e refrattario al cambiamento perchè si trovano, come scuse di determinati comportamenti (la concezione romantica delle relazioni, la divisione dei compiti, il silenzio colpevole su certi fenomeni (molestie sessuali, aggressioni verbali e/o fisiche, stupri etc)) l’ambiente in cui si è nati e cresciuti.
Per tutta questa serie di motivi, presentiamo in questo blog l’opuscolo “Violenza di genere in ambienti antiautoritari e in spazi liberati”; in esso le autrici delineano sia questi tipi di comportamenti che uno stravolgimento dei medesimi attraverso la condivisione di esperienze e ragionamenti, oltre che di solidarietà e azione diretta contro una cultura machista.

Note
(1) “a’fuitina” è l’allontanamento di una coppia di giovani dalle loro famiglie allo scopo di rendere evidente l’avvenuta consumazione dell’atto sessuale completo, spingendo queste al “fatto compiuto” e al consenso delle “nozze riparatrici”.
Come dimostrato dal caso di Franca Viola, “a’ fuitina” era utilizzata per nascondere casi di stupri con annessi matrimoni riparatori in modo da “riabilitare l’onore della donna disonorata”.
Nel caso odierno, “a’ fuitina” porta al distacco dalle famiglie ma non dagli schemi appresi dentro esse.
(2) “Catania e Sicilia: tra capitalismo e cultura autoritaria dominante”

Introduzione (tratta dall’opuscolo)
Negli ultimi anni ne abbiamo sentite di ogni tipo: da Roma e Parma, da Milano a chissàdove, ci sono giunte alle orecchie narrazioni che ci sfondano i timpani, ci fanno salire il sangue al cervello e tremare le mani, per lo schifo e il disgusto che ci provocano. Spesso, quando veniamo a conoscenza di episodi così rivoltanti, si riaprono in noi ferite millenarie e ci ritroviamo spiazzate, annusando l’aria per vedere se il vento ci suggerisce il comportamento da tenere, i passi da seguire, la maniera di intervenire.
E qualcun* si ritrova poi a valutare la possibilità che tali ignobili comportamenti dipendano in parte anche da noi, da come ci gestiamo, o non ci gestiamo, piccole e grandi sfide quotidiane nella lotta al patriarcato, al machismo, all’oppressione e alla violenza di genere. Forse troppo spesso, quando vediamo arcaiche relazioni di sopraffazione nei nostri collettivi, tra le persone che frequentiamo ogni giorno, non abbiamo la voglia o la forza di dedicare energia e tempo al portare alla luce ciò che si infila strisciante anche negli ambienti anarchici, anche nelle vite che tendono a un mondo migliore. Magari troppo spesso nello scorrere delle piccole incombenze e delle grandi discussioni, lasciamo che insinuazioni o umiliazioni evaporino nell’aria che poi vorremmo ancora riuscire a respirare. Oppure potrebbe darsi che troppo spesso, quando ci rendiamo finalmente conto di concrete relazioni di dominio e feroci giochi di potere tra persone a noi vicine, invece che cercare di reagire di nuovo puntiamo il naso per aria, a rincorrere i se e i ma che ci si avvitano in testa.
È ben possibile che insistere nel criticizzare atteggiamenti sessisti e autoritari contribuisca a renderci più consapevoli delle dinamiche di oppressione che ancora ci portiamo dentro. Continuare ad avere ben chiaro che non possiamo dare per scontata la liberazione dalla cultura patriarcale e metterci in frenetica attività per dotarci di strumenti per ragionare e agire in maniera conseguente è forse l’unico modo per non ritrovarsi di nuovo con il naso all’insù, per poi di nuovo chinare la testa davanti all’orrore. Occorre un distinguo sul concetto stesso di Violenza. Questa stessa parola può essere utilizzata per indicare atteggiamenti opposti, uno con una spinta liberatoria, e l’altro con una spinta oppressiva. Vogliamo riappropiarci della violenza per distruggere l’esistente oppressore, per ribaltare le strutture di potere e le autorità che le riperpetuano e proteggono. Attaccare con aggressività chi vorrebbe sottometterci e assimilarci fa parte delle pratiche che rivendichiamo come nostre e di cui vorremmo una molteplicazione.
Più spesso di quanto non ci piacerebbe ammettere, però, tra i nostri compagni e tra le nostre compagne la violenza cessa di essere strumento liberatorio comune, riprende il percorso verticale e diventa di nuovo oppressione, torna a essere strumento di mantenimento dell’ordine gerarchico. Allora il più vecchio esercita il potere sul più giovane, chi ha più esperienza impone a chi ne ha meno, chi è più forte a chi lo è meno, ricreando come in uno specchio le relazioni dell’esistente che si dice di voler sovvertire. Si ricalca la violenza di stato, l’imposizione normativa, l’imposizione del proprio volere sulle libere scelte di altre persone. Questo genere di violenza è quella che vogliamo combattere per sradicarla e liberarcene. Nel testo che segue, proviamo a porci degli interrogativi e a ragionare sulle risposte. Le domande da porsi e le maniere in cui rispondere potrebbero essere infinite, non pretendiamo che quelle proposte siano esaustive o universalmente valide, ma suggeriamo alcune possibilità, e soprattutto un atteggiamento che porti a parlare e a ragionare continuamente sul tema della violenza. Il testo è liberamente tradotto dalla fanzine “Antifeminismo y agresiones de género en entornos antiautoritarios y espacios liberados”. Alcune parti sono state modificate, altre aggiunte, altre eliminate.
Il testo completo è disponibile sul blog rechazodistro.wordpress.com

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